I muri dei veri razzisti

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Tra poche ore i riflettori del mondo si accenderanno sul trentesimo anniversario del crollo del muro di Berlino. Una ricorrenza provvidenziale che va festeggiata come simbolo della ritrovata libertà della metà d’Europa funestata dalla tirannia comunista. Però è ormai una festa amara perché, in tre decenni, di muri ne sono spuntati a decine e i peggiori, autenticamente demoniaci, sono quelli che abbiamo più o meno consapevolmente innalzato a casa nostra, dentro di noi, contro i nostri fratelli. Cosa ha significato la fine della guerra fredda? Quale ruolo ha avuto l’abbattimento della cortina di ferro nelle “vite parallele” dei popoli europei? Innanzitutto è stata la clamorosa smentita di chi pretendeva di espellere Dio dalla vita pubblica e privata degli uomini.

In secondo luogo è stata la manifestazione più luminosa di una verità lunga due millenni: nessuno si salva da solo e nessun individuo è un’isola, perciò la spinta a incontrarsi prevale sempre su quella a ghettizzare, a isolare, a bollare l’altro come male assoluto. Per secoli, per millenni costruire muri ha avuto una connotazione positiva. Era lodevole, persino indispensabile delimitare l’ambito di una proprietà, di una civiltà, di una nazione. Capire e distinguere ciò che è mio da ciò che è tuo, è stato un passo fondamentale nell’evoluzione storica. Poi però le muraglie hanno assunto sempre più una connotazione difensiva e, di pari passo, si è alimentata la spinta a dipingere lo straniero come “barbaro”, ostile e minaccioso: un pericolo da cui difendersi e non più come un’opportunità di crescita e di conoscenza.

Nel prossimo si è man mano individuato il virus della conquista, della volontà di sopraffazione. La pazzia più crudele dell’umanità ha provocato stragi e genocidi proprio soffiando sulla sterile velleità di invadere e di appropriarsi delle ricchezze, materiali e persino spirituali, degli altri. La nota ricorrente è che, appena si alzava un muro, partiva la criminalizzazione di chi stava dall’altra parte e, guarda caso, fuori dalla protezione muraria restavano sempre e ovunque i marginali, gli scartati, gli apolidi, i non desiderati. Venivano sepolti in terra sconsacrata e il loro nome era cancellato dai registri anagrafici: un modo per perpetuare l’esclusione di coloro che non “meritavano” di sedere alla tavola dei perbenisti.

Nella storia, anche quella della Salvezza, i costruttori di muri imponenti sono destinati a perire sotto le proprie macerie. Il Muro di Berlino è caduto in testa a chi lo aveva edificato perché un movimento spontaneo di giovani ha soffiato sulle misere spoglie di un gigante dai piedi di argilla. Nulla di nuovo sotto il sole. Duemila anni prima dal Golgota, Gesù spirò in contemporanea con lo squarciarsi del tempio maestoso che doveva sancire l’immortalità dello status quo. Lo dicevano anche del comunismo, doveva rimanere al suo posto, per sempre, invece sono bastate poche martellate a far venir giù il più mostruoso Leviatano che l’umanità abbia mai subito.

Non è così che si scala l’eternità, in Paradiso, dice un antico proverbio, non si arriva in carrozza. I sommovimenti partiti anni prima da Budapest, da Praga e da Danzica sono arrivati nella capitale più surreale di tutti i tempi, spaccata in due da una “barriera difensiva” che diventò carcere per aguzzini mentre il mondo cantava a squarciagola un inno di libertà. Erano martelli reali, per nulla “liquidi”, quelli che hanno abbattuto il Muro, non c’erano ancora nel 1989 le piazze virtuali e l’impegno si esprimeva ancora in cortei e slogan gridati per strada invece che digitati sui social. Insomma era un’altra epoca. Ricordo quel muro buttato giù da una gara di entusiasmo coinvolgente e persino giocoso: da un lato e dall’altro ci si correva incontro per abbracciarsi come se si volesse dare il colpo di grazia a un’età plumbea e angosciante. Chi di noi ha visto il film “La vita degli altri” o letto il bestseller “Buio a mezzogiorno”, sabato prossimo non potrà che rallegrarsi della fine di un incubo. Eppure l’oggi non ci lascia tranquilli.

I muri attuali? Non è paradossale che coloro i quali hanno superato storiche divisioni poi contribuiscano a crearne di nuove? Anche la Chiesa ha le sue responsabilità laddove pretenda di alzare barriere a tutela di un’astratta idea di alterità, invece di seguire l’esempio evangelico di Chi sedeva a tavola con i pubblicani, i peccatori e altra gente “malfamata”. Si sa che la storia è maestra ma non ha allievi. La lezione della caduta del Muro è che si parla sempre con chiunque e che mai bisogna escludere qualcuno dal dialogo. Il Cardinale Casaroli, padre della ostpolitik vaticana, insegnava a negoziare spazi di possibile libertà persino con despoti totalitari, figuriamoci se oggi avrebbe condiviso l’idea di negare interlocuzione a chi non la pensa come noi. Troppo facile dialogare tra persone convinte delle medesime ragioni. Ciò che vale è costruire ponti con i “lontani”, in tutti i sensi.

Oggi le pietre che edificano i nuovi muri sono le calunnie, le maldicenze, le falsità sparse ad arte per screditare quelli che l’invidia trasforma in rivali da abbattere anche se la loro unica “colpa” è quella di svolgere bene il proprio compito. La lingua uccide più della spada. Ciò accade anche dentro il mondo cattolico che invece di distinguersi, e rendersi riconoscibili per valori e priorità, si segmenta in ridicoli e feudali gelosie: ognuno a difesa del proprio orticello illudendosi che il mondo non veda l’ora di conoscere le intenzioni del signorotto di turno. Da qui nascono gli indomabili odii, le contrapposizioni insanabili, le distanze incolmabili, i silenzi letali. E’ il razzismo pratico di chi a parole si dichiara antirazzista mentre ritiene che il dialogo vada bene purché a parlare sia solo lui.

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