I cinque pilastri della strategia contro la povertà

Foto di Leo Fontes da Pixabay

In Italia oggi oltre 5,7 milioni di persone, pari al 9,8% della popolazione residente, vivono in condizioni di povertà assoluta. I nuclei familiari coinvolti sono circa 2,2 milioni, l’8,4% del totale, una percentuale sostanzialmente invariata rispetto a tre anni fa. Questa apparente stabilità non è un segnale positivo: indica piuttosto che la povertà si è consolidata, se non addirittura aggravata. A essere colpiti in modo particolare sono i minori, circa 1,3 milioni di bambini e ragazzi, il 13,8% del totale, le famiglie numerose, dove l’incidenza supera il 21% nei nuclei con almeno cinque componenti, e le persone di origine straniera, che rappresentano 1,8 milioni di individui, oltre il 35% degli stranieri residenti e delle famiglie composte esclusivamente da cittadini non italiani.

I dati più recenti mostrano inoltre un peggioramento della povertà relativa, cresciuta dal 10,6% al 10,9% delle famiglie, mentre tra gli individui l’incidenza ha raggiunto il 14,9%. Anche in questo caso la situazione è particolarmente grave per i minori, coinvolgendo oltre 1,3 milioni di giovani, e per le famiglie numerose, dove la soglia del 21% viene ampiamente superata. Sul piano territoriale, il Mezzogiorno continua a essere l’area più esposta, con il 10,5% delle famiglie in povertà assoluta. Qui peggiora anche l’intensità della povertà, ovvero la distanza media dalla soglia minima di sussistenza, che a livello nazionale è pari al 18,4% e nel Sud sale al 18,5%, in aumento rispetto al 17,8% del 2023.

Particolarmente allarmante è la condizione delle famiglie non italiane, tra le quali l’incidenza della povertà raggiunge il 35,2% nei nuclei composti esclusivamente da stranieri. Preoccupa inoltre la crescente vulnerabilità di chi lavora: tra gli operai il tasso di povertà resta elevato, al 15,6%, a dimostrazione del fatto che il lavoro, sempre più spesso, non è sufficiente a garantire una vita dignitosa. In questo contesto, desta forte preoccupazione l’annunciato aumento delle spese per la difesa legato agli impegni comunitari. Temiamo che tali scelte possano tradursi in tagli alla spesa sociale e sanitaria. Ogni conflitto è anche una guerra contro i poveri, perché sottrae risorse al welfare, riduce gli investimenti pubblici e colpisce soprattutto i più fragili, non chi prende le decisioni che portano alla guerra.

Alla luce di questo scenario, chiediamo con forza un’inversione di rotta: non un incremento delle spese militari, ma un rafforzamento deciso delle risorse destinate al contrasto della povertà. È necessario avviare una strategia strutturale fondata su cinque pilastri imprescindibili: un aumento adeguato dei finanziamenti, misure universalistiche ma selettive, un monitoraggio costante della loro efficacia, un’analisi permanente del fenomeno attraverso un tavolo dedicato e il sostegno concreto alle realtà sociali che quotidianamente affrontano l’emergenza della povertà estrema.

Molte di queste organizzazioni fanno parte della nostra rete e ne conosciamo il ruolo essenziale nel rispondere ai bisogni immediati di famiglie che faticano a sostenere spese alimentari, abitative ed educative. Tuttavia, se il contributo delle associazioni è fondamentale nell’emergenza, spetta alle istituzioni prevenire e contrastare la povertà con politiche pubbliche solide e di lungo periodo.

La povertà non è una condizione naturale né un destino inevitabile: è il risultato di scelte politiche ed economiche, e solo decisioni diverse possono cambiarne il corso. Servono interventi strutturali che incidano su lavoro, casa, infrastrutture e politiche sociali. Perché casa e lavoro sono le basi di una vita dignitosa e, ad oggi, sono negate a troppe persone. La povertà non è un’emergenza da tamponare da tamponare con soluzioni momentanee ma, al contrario, serve una visione di lungo respiro, capace di trovare soluzioni strutturali.

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