Nell’esortazione apostolica di Leone XIV “Dilexi te”, come già nella “Evangelii gaudium” di Francesco, riecheggia il Patto delle Catacombe di cui ricorre il 60° anniversario. Il gesuita padre Giacomo Costa, ha diretto la rivista “Aggiornamenti Sociali”, occupandosi di ecologia, vocazione e lavoro. E’ stato segretario del Sinodo dei vescovi, vicepresidente della Fondazione Carlo Maria Martini e presidente della Fondazione Culturale San Fedele. E con riferimento alla “Evangelli gaudium” sottolinea: Sotto il profilo dei contenuti il riferimento principale è il Patto delle catacombe, sottoscritto da quei padri conciliari che ritenevano indispensabile una maggiore enfasi sul tema della povertà. Molti tra i promotori di questo documento erano latinoamericani, inclusi alcuni argentini con cui certamente Jorge Mario Bergoglio era in contatto”. Questo Patto esprimeva anche l’impegno a esercitare in modo rinnovato il ruolo di pastore, compresi stile di vita e segni esteriori. Molte scelte di Francesco, ad esempio rispetto all’abitazione, all’abito o all’auto, risultano totalmente in linea con quell’anelito. “Non possiamo dimenticare tutta la ricchezza e la varietà delle elaborazioni teologiche e pastorali latinoamericane in materia di opzione preferenziale per i poveri- avverte padre Costa- Ma anche su questo punto Francesco invitava a compiere un passo in avanti”.

Lo si vede molto bene nell’Evangelii Gaudium. Francesco desiderava “una Chiesa povera per i poveri”, aggiungendo che “essi hanno molto da insegnarci. È necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro”. Una sottolineatura che appare come il frutto del percorso della Chiesa latinoamericana dopo il Concilio, ma anche dell’esperienza personale di Jorge Mario Bergoglio nelle periferie di Buenos Aires. La misericordia, infatti, è innanzi tutto l’attuazione del Vangelo, per questo è inevitabilmente anche l’attuazione del Concilio e la manifestazione del Dna della Chiesa, che “vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva” (Evangelii gaudium 24).

Nei giorno scorsi su In Terris don Aldo Buonaiuto ha analizzato proprio le radici che dal Patto delle catacombe conducono a “Dilexi te”. Come il suo predecessore anche Leone XIV vuole una Chiesa per i poveri e con i poveri. Sotto il profilo dei contenuti, osserva don Buonaiuto, “un riferimento costante è il Patto delle catacombe. Ossia il documento che, alla vigilia della chiusura del Concilio 42 vescovi (in seguito diventati 500) firmarono a Santa Domitilla. I contraenti si impegnavano a realizzare in prima persona, con scelte coraggiose di rinuncia e di condivisione, una Chiesa vicina alle fasce sociali più emarginate, ai diseredati, agli indigenti e a chi subisce soprusi e ingiustizie”. A quell’appuntamento, ricorda il sacerdote di frontiera della Comunità Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi, si era giunti attraverso un significativo cammino. Durante il Concilio, già dalla prima sessione, un gruppo di vescovi e teologi si riuniva periodicamente per riflettere su Gesù, la Chiesa, i poveri e fare delle proposte all’assemblea.

L’iniziativa prese il nome di Chiesa dei poveri. Molti vescovi si associavano a questa ricerca e proponevano di assumere proprio il tema del mistero di Cristo nei poveri come centro dell’insegnamento dottrinale e dell’opera di rinnovamento della Chiesa. In molti passaggi fondamentali e nell’ispirazione complessiva di “Dilexi te” riecheggia, secondo don Buonaiuto. il testo sottoscritto 60 anni fa da quei padri conciliari che ritenevano indispensabile una maggiore attenzione al tema della povertà. Molti di loro erano latinoamericani e in America Latina hanno svolto la loro missione episcopale sia Jorge Mario Bergoglio sia Robert Francis Prevost che condividono lo stesso impegno contro ogni forma di ingiustizia sociale.

