Guardare il cielo per difendere l’umanità

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Il 2026 si apre carico di sfide, aspettative, incognite: guerre, corsa al riarmo, emergenze ambientali, declino economico. “Non guardatevi le punte dei piedi, state attenti! Guardate sempre il cielo, tenendo le ginocchia sulla terra”, esortava il Servo di Dio don Oreste Benzi. La Chiesa è “glocal” sin dalle sue origini. Ciascun pastore è “defensor civitatis” (difensore della città) sul territorio mentre l’Ecclesia ha sempre uno sguardo universale. Significativamente Leone XIV ho offerto la sua lettura del mondo proprio a partire dalle città ricevendo a conclusione dell’Anno Santo i sindaci. Il Pontefice ha richiamato l’aspetto più autentico di ogni potere che è anzitutto responsabilità e servizio. E affinché qualsiasi autorità possa esprimere caratteristiche socialmente e umanamente meritevoli occorre incarnare “le virtù dell’umiltà, dell’onestà e della condivisione”.

L’impegno pubblico, infatti, chiede di porre attenzione alle necessità delle famiglie e delle persone, avendo cura specialmente dei più fragili, per il bene di tutti.  La dimensione della Chiesa povera per i poveri deriva dalla sua attività pastorale. Al Concilio Vaticano II la misericordia è stata espressa efficacemente nella “Gaudium et Spes” dove si auspica che venga promossa la collaborazione tra le nazioni. Già Sant’Agostino proponeva e attuava centri di aiuto per i poveri e invitava i suoi sacerdoti ad evangelizzare tutte le etnie superando qualunque barriera. Nessuno si salva da solo. E oggi la crisi demografica e le fatiche delle famiglie e dei giovani, la solitudine degli anziani e il grido silenzioso dei poveri, l’inquinamento dell’ambiente e i conflitti sociali sono realtà che non possono lasciarci indifferenti. Attorno a noi abbiamo volti e storie da custodire come tesori preziosi. Condividere è l’unica salvaguardia del senso di umanità. Il Venerabile Giorgio La Pira reclamava il diritto di occuparsi delle creature senza lavoro (licenziati o disoccupati), senza casa (sfrattati), senza assistenza (vecchi, malati, bambini) perché “se c’è uno che soffre io il dovere preciso di intervenire in tutti i modi”. Infatti la coesione sociale e l’armonia civica richiedono l’ascolto dei più piccoli e poveri. Altrimenti, come ammoniva papa Francesco, “la democrazia si atrofizza, diventa un nominalismo, una formalità, perde rappresentatività. E  va disincarnandosi perché lascia fuori il popolo nella sua lotta quotidiana per la dignità, nella costruzione del suo destino”.

Don Primo Mazzolari, voce degli ultimi nel dopoguerra, scriveva che “il Paese non ha soltanto bisogno di fognature, di case, di strade, di acquedotti, di marciapiedi. Il Paese ha bisogno anche di una maniera di sentire, di vivere, una maniera di guardarsi, una maniera di affratellarsi“. L’origine della crisi odierna va ricercata  proprio nella perdita della capacità di speranza. L’umanità appare rassegnata. Eppure Il filosofo Heidegger aveva intuito che da una condizione di paralisi e alienazione solo Dio può salvarci. Abbiamo la possibilità di sperare solo se sappiamo sollevare gli occhi al cielo. “Basta uno sguardo per cambiare il mondo”, scrive Madre Teresa. I tassi di natalità sempre più bassi in Italia e così si perde il legame con il futuro. Al tempo stesso la cultura dello scarto porta all’eutanasia nascosta degli anziani che vengono abbandonati invece di essere considerati come la nostra memoria. Eppure il ponte con il passato è una risorsa di saggezza per il presente. Abbiamo la responsabilità di fermarci in tempo, di non rassegnarsi e di non considerare questo stato di cose come irreversibile. Dobbiamo cooperare per costruire una società e un’economia dove l’uomo e il suo bene, e non il denaro, siano al centro. C’è bisogno di etica nella vita pubblica. Come ricordava Benedetto XVI nell’enciclica “Caritas in Veritate” abbiamo bisogno di uomini e donne con le braccia alzate verso Dio per pregarlo, consapevoli che l’amore e la condivisione da cui deriva l’autentico sviluppo, non sono un prodotto delle nostre mani ma un dono da chiedere. Occorre che le persone di buona volontà collaborino e si impegnino, ad ogni livello, nella società, nella politica, nelle istituzioni e nell’economia, mettendo al centro il bene comune. Senza una soluzione ai problemi dei poveri, infatti, non risolveremo i problemi del mondo.

Gesù ci dice qual è il “protocollo” sulla base del quale saremo giudicati ed è quello che leggiamo nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo: ho avuto fame, ho avuto sete, sono stato in carcere, ero malato, ero nudo e mi avete aiutato, vestito, visitato, vi siete presi cura di me. Ogni volta che facciamo questo a un nostro fratello, lo facciamo a Gesù. Avere cura del nostro prossimo: di chi è povero, di chi soffre nel corpo, nello spirito, di chi è nel bisogno. Questa è anche la pietra di paragone per il nuovo anno. Qui si potrà stabilire se avremo davvero tenuto fede al lascito spirituale del Giubileo della Speranza.

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don Aldo Buonaiuto
don Aldo Buonaiuto
Fondatore e direttore editoriale di In Terris, è un sacerdote della Comunità Papa Giovanni XXIII. Da anni è impegnato nella lotta contro la prostituzione schiavizzata

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