Editoriale

La grande sfida del G7: usare l’intelligenza (umana)

La questione del finanziamento della resistenza ucraina all’invasione russa con i beni del Cremlino all’estero (Usa favorevoli, europei tiepidi) sarà in cima all’agenda, ma la questione di fondo che agita i G7 che si apre in Puglia è ben più ampia. Vale a dire: sarà in grado l’Ue di rispondere alle sfide che le si stagliano davanti, adesso poi che le destre al suo interno si rafforzano? Per contro: possono gli Usa di Biden mantenere la leadership del mondo occidentale? Calendari, anagrafi, droni e missili attaccano con fuoco concentrico quelle che erano fino a ieri autentiche certezze, magari anche troppo facili.

La Francia è nel pieno di una crisi politica come non se ne vedevano dai tempi della guerra d’Algeria e tra poche settimane andrà alle urne. Gli Usa andranno alle urne a novembre, per scegliere uno tra i due candidati più anziani della loro storia che hanno fatto a gara l’uno per dimostrare l’inaffidabilità dell’altro. La Germania non aveva un cancelliere così debole da quando la Repubblica era a Weimar. Infine l’Ue: appesa al destino personale di von der Leyen, e non è solo questione di destino personale.

Nulla si crea e nulla si distrugge in politica come nella massa fisica, va bene. Ma ci sono momenti in cui il rimescolamento delle carte è tale che vien da chiedersi non chi avrà in mano l’asso, ma chi sarà in grado di tenerle in mano. E il G7 di Borgo Egnazia questo fotograferà: la necessità di ripartire con un nuovo ordine internazionale. Senza lasciarsi andare alla retorica della fine dell’egemonia occidentale (di cui il G7 è la rappresentazione tradizionale), ma anche senza farsi illusioni, giacché non basta certo la vittoria delle destre europee alle elezioni di inizio giugno – e non basterà nemmeno quella eventuale di Trump a novembre – per dare nuova forma alle nostre democrazie, per non dire un nuovo scopo. Cercasi colpo d’ala, ma per darlo bisogna saper volare.

Quello che colpisce, infatti, è che a parte il piano di Biden per la pace in Medioriente nessuno si è mostrato in grado di un ragionamento progettuale, un atteggiamento che fosse anche solo carismatico, un guizzo di inventiva. Il mondo invecchia insieme a Biden e a Trump. La Francia ha perso il Sahel, ma non se ne è accorto nessuno. La Germania non è più in grado di gestire l’anima centrorientale dell’Europa e in pochi sono in grado di capirne le conseguenze. L’Italia non è ancora riuscita ad affacciarsi come potenza regionale mediterranea. Anche la Gran Bretagna andrà tra poco a elezioni, e sarà il tramonto della sicumera con cui è stato dato l’addio all’Europa. Nel frattempo il tentativo di rilanciare una propria politica internazionale di stampo sili imperiale si è infranto quando gli ucraini, scelti da Johnson come interlocutori privilegiati, hanno fatto vedere di preferire Usa e Ue.

Non è un caso che sia filtrata una frase di Papa Francesco, invitato a parlare di intelligenza artificiale. Non la virgolettiamo perché de relato, ma più o meno suona così: più che l’intelligenza artificiale, dovremmo usare quella umana. Il quadro è frammentato, urgono nuovi soggetti e nuove idee. Che difficilmente, però, potranno essere il sovranismo e il populismo: in Gran Bretagna, per dirne una, hanno sortito l’effetto opposto. Adesso vedremo che succederà nell’Europa continentale e, forse, negli Stati Uniti. Da qui ad allora di questo G7 di transizione forse ci saremo già dimenticati. Perché senza un progetto politico vero le passerelle internazionali servono giusto a riempire i giornali e a fare immagine. Ma con i primi, diceva Jack Lemmon in “Prima Pagina”, il giorno dopo ci si incarta il pesce. Quanto alla seconda, ha le gambe piuttosto corte.

Nicola Innocenti

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