Nel gioco della politica, soprattutto se l’attività ludica viene praticata sotto l’ombrellone o all’ombre delle vette montane, appuntamenti come i primi mille giorni di governo rappresentano una ghiotta occasione per fare bilanci o improvvisare classifiche di vario genere. Perché mille giorni, quasi a voler richiamare la celebre canzone di Claudio Baglioni, sono un anniversario importante, non concesso a tutti. Non sono pochi.
Ancora un mesetto e avrà superato per longevità il governo diretto da Matteo Renzi, ma si può già dire che la leader di Fratelli d’Italia entra nell’albo d’oro dei premier più longevi di questo Paese. Se la legislatura arrivasse a termine, potrebbe addirittura entrare nella top five della storia repubblicana. In cima alla classifica assoluta, al momento, c’è Silvio Berlusconi, con 3.339 giorni totali da presidente del Consiglio. L’esecutivo singolo più longevo resta il Berlusconi II, che durò 1.409 giorni, seguito dal Berlusconi IV (1.283 giorni) e dal primo governo Craxi (1.058 giorni). Segue il governo Renzi con 1.019 giorni, che Meloni potrebbe superare già ad agosto 2025. Poi il Prodi I (874 giorni), il Moro III (834 giorni), il De Gasperi VII (705 giorni), il Segni I (688 giorni) e infine il Prodi II (617 giorni). E pensare che l’ex, premier, Giuseppe Conte, oggi leader dei Movimento 5 stelle, nel marzo del 2024, andava ripetendo: “Meloni non dura”.
E invece eccoci qua, a fare i conti con i mille giorni di lei e di noi. Volendo provare a tirare le somme su questo giro di boa, è necessario partire dall’inizio, da mille giorni fa, appunto. Il governo aveva ereditato una situazione di finanza pubblica disastrata dal superbonus e che solo l’arrivo di una personalità come Draghi aveva impedito di leggerne le conseguenze drammatiche immediate nei mercati finanziari. Ma è stato il governo Meloni a decidere, e guidare senza scossoni significativi, l’uscita da questa norma e avviare una politica di bilancio prudente e seria tale da riconquistare la fiducia dei mercati finanziari sul debito italiano. Lo ha fatto in un momento in cui l’inflazione tagliava i redditi fissi e in cui il vantaggio iniziale portato dalla stessa inflazione sui saldi del bilancio pubblico si esauriva e iniziava il contraccolpo dei costi in salita sulla spesa pubblica.
A fronte di un’economia europea frenata dalla politica restrittiva della Bce, che con ritardo si è impegnata nella lotta all’inflazione, ha maneggiato con attenzione la leva fiscale per utilizzare le poche risorse nella direzione del sostegno ai redditi più bassi. L’inflazione è scesa anche perché non si sono scatenati conflitti distributivi. Dunque, su questo fronte, il governo Meloni ha saputo imboccare l’unica strada percorribile, senza uscire dal sentiero, schivando colpi e ostacoli. Non facile, ma necessario. Il risultato, pur con le sue ombre, è tangibile: l’economia italiana sta meglio di gran parte di quella dei maggiori paesi europei. I redditi reali, sia pur con fatica, hanno iniziato a recuperare su quanto perso con l’inflazione e, soprattutto, l’occupazione cresce. Il fatto che non si vedano i segni di un aumento di produttività, anche a causa di una debolezza dei metodi di misurazione di questo indicatore, non toglie che l’aumento dell’occupazione sia un segnale di inclusione e di rafforzamento dell’unità sociale oltre che di maggior benessere economico.
Ma è la politica estera, in particolare sulla ritrovata centralità del nostro Paese nel contesto internazionale che il governo Meloni ha mostrato la sua solidità, mostrando la faccia migliore della medaglia. L’esecutivo ha saputo esercitare il diritto democratico di dissentire nella formazione dell’attuale governance europea, la cui debolezza ci sembra peraltro confermata, ma ha poi lealmente collaborato al mantenimento dell’unità europea. Ha tenuto con fermezza le posizioni atlantiche e di sostegno all’Ucraina aggredita ed appare nel confronto con gli Stati Uniti come uno dei governi europei più stabili e responsabili a fronte dell’impotenza bellicista di governi deboli come quello francese e britannico. Ha saputo mantenere rapporti equilibrati con il resto del mondo e ha richiamato la centralità dell’Africa per l’Europa. Alcuni avrebbero voluto una più rapida riforma della giustizia, ma anche in questo caso, come sul tema dell’immigrazione, si procede con responsabilità e senza estremismi.
Tutto bene dunque? Sicuramente non male. Ma il giudizio, quello vero, lo devono dare i cittadini, e gli elettori quando andranno alle urne. Ai commentatori, invece, spetta l’esercizio del gioco della politica, anche se i sondaggi esprimono una valutazione, complessivamente, non negativa. Mille giorni di lei e di noi, pensando già ai prossimi, forse.

