Il 18 novembre di cento anni fa moriva, a Treviso, a soli 35 anni, Giuseppe Corazzin. Aveva trascurato i sintomi di una appendicite, impegnato com’era a correre su e giù tra Roma e Treviso per mandare avanti il suo ultimo progetto di cooperazione: il trasferimento di contadini della Marca nell’Agro Romano, dove avevano acquistato la terra grazie a un prestito della Cassa di Risparmio. Le cooperative erano decollate e allora si stava organizzando il ricongiungimento delle famiglie rimaste in Veneto. Inoltre l’anno precedente una squadraccia di camice nere lo aveva aggredito mentre rincasava con sua moglie: i fascisti si accanirono così tanto nel bastonarli che lei perse il figlio che aveva in grembo e lui, già claudicante per una ferita di guerra, ne risentì non poco.
Già questa piccola fotografia della fine di Corazzin è sufficiente per comprendere perché in realtà la sua figura è più viva che mai e perché dunque vale la pena omaggiare questo centenario: per dare il giusto valore a un grande attivista sindacale del primo Novecento, giornalista, tra i fondatori del Partito Popolare, un visionario che, nel solco del pensiero di Giuseppe Toniolo, contribuì a quelle radici che portarono, nel 1950, alla nascita della Cisl.

Come Fai-Cisl lo ricorderemo lunedì 17 novembre proprio a Treviso, con la nostra Fondazione Studi e Ricerche e la Cisl regionale e nazionale, Terra Viva, Fondazione Giulio Pastore, Fondazione Corazzin, con il patrocinio del comune e la provincia di Treviso, del comune di Arcade, del locale Circolo Culturale Corazzin e dell’Archivio Mario Romani. E lo ricorderemo anche pubblicando prossimamente, con Agrilavoro Edizioni, il volume “Giuseppe Corazzin. Una vita per il sindacalismo bianco (1910-1925)”, un’approfondita ricerca curata dallo storico Mauro Pitteri, biografo, tra l’altro, di Tina Anselmi.
Giuseppe (Bepi) Corazzin è stato a tutti gli effetti il precursore della nostra federazione, il sindacato dei lavoratori dell’agricoltura. Ne fu un precursore a tutto tondo: ideatore, promotore, militante ed attivista in Veneto, ma anche a Modena e in Lombardia, grande organizzatore di leghe contadine, contrattualista, dirigente sia locale che nazionale. Nel 1917 fu Segretario nazionale dei lavoratori agricoli e dall’anno seguente, il 1918, fino al 1920, fu componente di Segreteria della neonata Cil, Confederazione Italiana dei Lavoratori. Fu soprattutto un vero leader indiscusso, riconosciuto e amato da mezzadri, braccianti, piccoli coltivatori. Come è citato nella sua biografia che abbiamo pubblicato insieme alla Cisl del Veneto: “Dovunque la sua parola era ascoltatissima”.
Corazzin partecipò in prima persona ai grandi avvenimenti della storia regionale e nazionale del suo tempo, quando i conflitti nelle campagne avevano preso la forma della rivolta sociale sull’onda degli ideali socialisti-rivoluzionari sostenuti dai sindacati cosiddetti “rossi”, specialmente dopo la rivoluzione russa del 1917. L’idea coltivata da Corazzin e dagli altri attivisti sociali era ben diversa: ai lavoratori non si proponeva la collettivizzazione dei beni e il potere ai Soviet – in sostanza, ad un unico partito – ma un radicale cambiamento dei rapporti tra lavoro e capitale a favore del primo, una equa ripartizione dei profitti del lavoro, la conquista dei diritti sociali e il loro riconoscimento da parte dello Stato.
Nelle campagne queste diverse finalità della lotta sindacale erano nette. Da una parte, la riduzione di tutti i lavoratori della terra a braccianti, a salariati pronti alla rivoluzione; dall’altra, lo sviluppo della conduzione coltivatrice con un fitto a denaro, primo passo per giungere alla proprietà coltivatrice, così da pacificare le campagne e giungere infine al sistema cooperativistico. Un obiettivo questo che riguardava anche i salariati, passando per un aumento della paga giornaliera e la frammentazione dei poderi più grandi a loro favore.
Come ha ricordato di recente il Presidente Mattarella, cui rivolgiamo un appello per la massima valorizzazione della figura di Corazzin, la Repubblica nasce “rigettando l’idea di un’agricoltura forzata a scegliere tra latifondo o modello sovietico di carattere collettivistico-kolchoziano”, mettendo fine “a una concezione dei lavoratori del settore agricolo come destinati a un futuro meno fortunato di quelli di altri ambiti”; inoltre con gli articoli 44 e 47 della Costituzione la Repubblica prende atto dell’aspirazione secolare a dare “la terra a chi la lavora”, non a caso titolo di un’altra pubblicazione con cui Fai-Cisl e Terra Viva con lo storico Pitteri hanno fatto luce sulla storica emancipazione dalla mezzadria.
Oggi possiamo dire che l’azione di Corazzin, nonostante le guerre e la dittatura fascista che cancellò con la violenza ogni diritto sindacale, ha avuto un seguito ed è stata portata a compimento proprio grazie a quei sindacalisti di ispirazione cristiana e laico-riformisti che diedero vita alla Cisl, autonoma e aconfessionale, fiduciosi nella democrazia, nella centralità della persona, nell’organizzazione ed emancipazione delle classi popolari. Una visione che consentì di superare mezzadria e colonia e di ispirare le tante battaglie per la dignità dei salariati e braccianti che ancora oggi caratterizzano il nostro operato.
Infatti, se con le battaglie avviate dalla Cil di Corazzin, riprese da Giulio Pastore e concluse vittoriosamente dalla Cisl di Macario, il sistema di servitù feudale che dominava i rapporti sociali e contrattuali in agricoltura è stato superato, c’è ancora molto da fare per la piena dignità del lavoro salariato nelle campagne, a partire dalla cancellazione del caporalato, dei ghetti, della mancata inclusione dei tanti lavoratori immigrati che trainano il 9% del Pil italiano e rappresentano oltre il 32% della manodopera agricola.
Onofrio Rota, segretario generale Fai-Cisl

