Giovanni Battista e l’attesa del Messia: i dubbi che aprono alla fede

La liturgia dell’Avvento presenta alcuni personaggi che ci accompagnano nel cammino. Nel vangelo della terza domenica Giovanni il battezzatore è presentato come colui che annuncia la presenza del Signore in mezzo al popolo. Personaggio dalla grande coerenza, la “paga” duramente. Tuttavia, mentre è in carcere, per le sue coraggiose prese di posizione, sente parlare del suo famoso cugino ed è preso da qualche dubbio. Non siamo obbligati a immaginare che Giovanni “finga” di avere bisogno di spiegazioni. Gesù usa effettivamente un tono diverso nel suo annuncio rispetto alle aspettative del battezzatore, e i suoi gesti sorprendono. Soprattutto il grande giudizio di tutte le genti che il Messia avrebbe dovuto emettere, non è arrivato. Non solo: Gesù guarisce da tutte le malattie, anche da quelle che la fede popolare riteneva essere segni del giudizio e della condanna di Dio. Non è dunque quel Cristo trionfatore e giudice che Giovanni – e con lui molti altri ebrei del suo tempo – attendeva. Il Precursore è grande anche per questo: ha la forza di mettere in dubbio le sue sicurezze e accetta che la sicurezza definitiva gli venga da un altro.

Gesù non risponde direttamente alle domande che gli vengono poste dai discepoli del battezzatore. La risposta è ciò che si vede e si sente da lui. Il senso evangelico dei miracoli è quello di essere i segni di ciò che sta avvenendo: il regno di Dio è arrivato, le parole e le azioni si “spiegano” e si integrano a vicenda. I “fatti” citati da Gesù sono infatti descritti con le parole del profeta Isaia (29,18-19), il personaggio che aveva inaugurato la serie dei nostri “angeli custodi dell’Avvento”, nella prima domenica.

Mentre gli inviati del battezzatore se ne vanno, Gesù parla alle folle del profeta prigioniero. Non può essere un opportunista, lui che è rimasto a lungo nel deserto, luogo dell’assoluta trasparenza e della rivelazione. Tuttavia, Giovanni si ferma alle soglie del nuovo che lo supera enormemente (come Virgilio si dovrà fermare e cedere il posto a Beatrice, che accompagnerà Dante in paradiso). Per questo chi si trova nel Regno, chi ha ascoltato e seguito Gesù, anche il più piccolo, è più grande di lui.

I dubbi del battezzatore nascono da un’idea che le attese messianiche avevano ingigantito: l’unto del Signore si deve “vedere”, la sua venuta si deve imporre. In altre parole, si pensa che le attese messianiche devono anticipare qui e ora ciò che doveva compiersi alla fine.

L’impazienza di fronte alle promesse di Dio è un atteggiamento tipico dei credenti di ogni tempo. Non accettiamo le lentezze della storia e quindi non capiamo Dio. A questo proposito si può ricordare il significato di certi “tempi lunghi” di Dio che “ruotano” spesso attorno al numero quaranta: Mosè resta quaranta giorni sul Sinai, per quaranta giorni Elia cammina verso la santa montagna, lo stesso Gesù resta quaranta giorni nel deserto e ritornerà presso il Padre quaranta giorni dopo la risurrezione.

Quando i discepoli di Giovanni se ne sono andati, Gesù parla dell’uomo che viveva nel mondo aspro e desolato del deserto come di colui che ha saputo fare ordine nella propria vita. Noi, invece, non siamo gente “ordinata”, che ha scelto una direzione. Spesso siamo canne sbattute dal vento. Abbiamo tutto in ordine, le nostre case, il lavoro, la nostra economia, tutto forse, tranne il nostro cuore. La domenica della gioia del Natale ormai vicino ci aiuti a fare ordine in noi stessi e a dare spazio a Gesù, nelle pieghe della nostra esistenza.

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