Giornata per l’eliminazione delle armi nucleari: la conversione in energia di pace

Immagine creata con ChatGpt

Il 26 settembre 1983 un dispositivo di rilevamento dell’esercito sovietico segnalò quello che sembrava l’inizio di un attacco nucleare americano. L’ufficiale in servizio, Stanislav Petrov, intuì che si trattava di un falso allarme e scelse di non attivare la procedura di risposta. Non si fidò della macchina: si fidò della propria coscienza. Fu un gesto eroico non solo per il coraggio di anteporre il giudizio umano a quello artificiale, ma anche perché Petrov dovette poi affrontare sospetti e conseguenze per quella decisione.

Oggi diremmo che scelse la coscienza umana contro l’intelligenza artificiale: quella giornata, che celebriamo ogni 26 settembre, ci ricorda che la responsabilità umana deve sempre avere il sopravvento sulla macchina, allora come oggi. Gli arsenali nucleari, dunque, possono e devono ancora essere convertiti in energia di pace perché una parte di quella conversione è già avvenuta. Alla fine della Guerra Fredda erano state accumulate nel mondo circa 70.000 testate nucleari. L’8 dicembre 1987 Reagan e Gorbačëv firmarono a Washington il primo storico trattato di disarmo nucleare, che avviò un processo capace di portare, negli anni successivi, all’eliminazione di oltre 50.000 di quelle testate.

Come è avvenuta questa conversione? Attraverso i circa 440 reattori nucleari oggi attivi nel mondo per la produzione di energia elettrica. Il materiale fissile ricavato dallo smantellamento di quasi 50.000 bombe atomiche è stato “bruciato” in questi impianti, trasformando uranio e plutonio destinati alla distruzione in elettricità per uso civile. Si tratta di una svolta enorme se si considera che, lasciato a sé, quel materiale sarebbe rimasto pericoloso per centinaia di migliaia di anni: circa 700.000 anni per l’uranio e 24.000 per il plutonio, gli stessi elementi usati a Hiroshima e Nagasaki. La conversione nucleare dimostra così che uno strumento di morte può diventare fonte di vita: la stessa energia elettrica che illumina le nostre case e alimenta le nostre auto è, in parte, ciò che restava degli arsenali della Guerra Fredda.

Di fronte a questa storia, il messaggio che vogliamo lanciare in questa giornata è rivolto in primo luogo ai cristiani del mondo, che sono circa due miliardi su otto. Non si tratta più di un semplice appello, ma di una sfida: quella di impegnarsi concretamente, a tutti i livelli, per il disarmo nucleare e per la conversione delle armi rimaste in energia di pace. È una sfida che riguarda da vicino le nazioni di antica tradizione cristiana, che detengono oggi circa il 90% degli arsenali nucleari mondiali. Se nel 1983 le testate dispiegate nel mondo erano circa 65.000, oggi sono scese a circa 13.000: un progresso enorme, ma ancora insufficiente. Se quella notte di settembre Petrov avesse seguito ciecamente l’indicazione del computer, quelle 65.000 bombe sarebbero forse esplose, cancellando l’umanità.

Lo strumento che oggi abbiamo nelle nostre mani per completare questo percorso sono proprio i reattori nucleari esistenti, capaci di continuare a trasformare ordigni di distruzione in energia utile alla vita quotidiana di tutti. Questa proposta è già oggi un progetto concreto sviluppato anche in Italia, con la partecipazione diretta dei cittadini, e verrà ribadita nelle iniziative pubbliche previste nei prossimi giorni, con la partecipazione delle associazioni cristiane.

Il senso della giornata che stiamo vivendo, resta dunque duplice: da un lato onorare il coraggio di chi, come Petrov, scelse la coscienza umana contro la fredda logica della macchina; dall’altro rilanciare, con la stessa determinazione, la sfida del disarmo nucleare come atto di responsabilità collettiva verso il futuro dell’umanità.

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