Se ha ancora un senso la Giornata della Fratellanza

Mary
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Il 4 febbraio l’Onu celebra la Giornata internazionale della Fratellanza umana. Di fronte a ciò che accade nel mondo, parlare di fratellanza tra i popoli oggi sembra cosa da ingenui. Da liquidare con un sorrisino, sarcastico. Oggi nel mondo comanda la forza, altro che lo spirito di fraternità. Termini come “diritto internazionale” sembrano appartenere a un vocabolario ingiallito e sono cadute anche le ultime remore che inducevano tutti a portare un rispetto, almeno formale, agli organismi dell’Onu. Ne abbiamo avuto ulteriore conferma il 20 gennaio scorso, quando le ruspe israeliane a Gerusalemme hanno demolito – nell’indifferenza dei governi e nel silenzio dei telegiornali – la sede della Unrwa, la storica agenzia delle Nazioni Unite che dal 1949 si prende cura dei rifugiati palestinesi. Oltre alla forza comanda il denaro: per entrare nel club trumpiano del Board of Peace i soci permanenti devono pagare una quota di un miliardo di dollari. Chi possiede più armi e più denaro si sente in diritto di soddisfare ogni sua pretesa. A pagarne il prezzo i popoli più deboli, a Kiev come a Gaza.

In tale contesto ha ancora un senso celebrare la Giornata della Fratellanza? Essa venne istituita cinque anni fa, con voto unanime dell’assemblea generale delle Nazioni Unite. L’iniziativa traeva ispirazione (anche nella scelta della data) dal “Documento sulla fratellanza umana” firmato il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi da papa Francesco e Al-Tayyeb, grande Imam dell’università di Al Azar, massimo centro dottrinale dell’islam sunnita. I contenuti di questo Documento sono importanti e ci mostrano che la via del dialogo, del rispetto reciproco, dell’amicizia può ancora portare qualche buon frutto nelle relazioni internazionali. Due esempi concreti. Sottoscrivendo la dichiarazione comune l’Imam di Al Azar ha preso l’impegno a delegittimare ogni utilizzo della religione per finalità violente e di terrorismo: «è necessario interrompere – si legge nel testo – il sostegno ai movimenti terroristici attraverso il rifornimento di denaro, di armi, di piani o giustificazioni e anche la copertura mediatica, e considerare tutto ciò come crimini internazionali che minacciano la sicurezza e la pace mondiale». Un altro impegno non scontato riguarda il trattamento riservato alle minoranze religiose. È noto come, storicamente, le piccole comunità cristiane nei paesi a maggioranza musulmana siano nel migliore dei casi trattate come “minoranze protette”, di fatto con minori diritti rispetto ai fedeli islamici. Il documento invoca invece il riconoscimento del diritto alla “piena cittadinanza” per tutti, a prescindere dal credo religioso, rinunciando «all’uso discriminatorio del termine minoranze, che porta con sé i semi del sentirsi isolati e dell’inferiorità».

Parole, si dirà, solo belle parole. Ma è importante che tali principi siano stati affermati e sottoscritti da una fonte dottrinale che nel corso dei secoli ha fatto giurisprudenza per tutto il mondo musulmano sunnita. Il giorno seguente la firma del Documento, il 5 febbraio 2019, ultimo giorno della visita negli Emirati Arabi, al Papa fu concesso di celebrare una messa, all’aperto, per circa 150mila fedeli cattolici, perlopiù immigrati asiatici o africani: per la prima volta un successore dell’apostolo Pietro poteva presiedere pubblicamente l’eucarestia nella penisola arabica, la terra da cui partì la predicazione di Maometto.

Piccoli passi, ma concreti di una fratellanza possibile. La pace “disarmata e disarmante”, predicata da Papa Leone, si costruisce anche così. Un lavoro paziente, un’opera “artigianale”, diceva papa Francesco.

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