Editoriale

Francesco al G7 con la voce di chi non trova ascolto

“Al G7 parleremo di intelligenza artificiale e di pace. Farò incontri bilaterali: ci sono le richieste di sette capi di Stato e li incontrerò tutti”, afferma Francesco, primo papa della storia a partecipare al Vertice dei paesi più industrializzati del mondo. La sua presenza al meeting coordinato dall’Italia ha la forza di trasformare il G7 in “G tutti”. Al tavolo dei potenti del pianeta il Pontefice porta la voce di chi non ha voce e così nella partecipazione papale al G7 culmina il rapporto tra fede e politica secondo il Magistero sociale della “Chiesa in uscita”.

Per fermare la terza guerra mondiale a pezzi, Francesco testimonia al Vertice l’urgenza di collegare la sicurezza globale a questioni fondamentali come l’accesso al cibo e all’acqua, il rispetto dell’ambiente, l’assistenza sanitaria, le fonti energetiche e l’equa distribuzione dei beni del pianeta. Solo la condivisione delle responsabilità, infatti, può rinsaldare il multilateralismo e la cooperazione attraverso un approccio di umanesimo integrale.

Francesco avverte come ineludibile la necessità di una riforma complessiva delle istituzioni internazionali perché ha sperimentato il fallimento delle politiche del Fondo monetario quando era arcivescovo di Buenos Aires e la sua provenienza dalla “periferia”, dalla “fine del mondo” gli contente di esprimere al G7 quella vicinanza umana che lo rende nell’opinione pubblica un’autorità morale accessibile e conoscitrice dei problemi concreti.

A ciò concorrono il Vangelo della condivisione, la pastoralità percepibile a prima vista, l’affidamento senza riserve alla divina Provvidenza, la certezza della misericordia del Signore, la capacità di “mettersi nei panni” dell’uomo e della donna di oggi, soprattutto del povero. L’indigenza non è solo condizione umana da prediligere come attenzione amorevole, ma vero e proprio luogo teologico per eccellenza(“lì c’è Dio!”, insegna il Pontefice).

Francesco reca con sé al G7 l’eredità e il patrimonio valoriale del Concilio Vaticano II come orizzonte strategico nella percezione che sin da subito emerse in America Latina, in un ambiente più libero da orpelli, condizionamenti, incrostazioni culturali ed economiche, e più avanti nella riflessione sulla necessità di de-occidentalizzare la Chiesa per tornare all’originalità evangelica del suo messaggio. Anche nei rapporti tra ciò che spetta a Dio e ciò che compete a Cesare, Francesco si muove lungo la scia del dialogo costruttivo, sempre avanti ma mai oltre il bordo, assumendo il tema della liberazione dei popoli dalla schiavitù della miseria contro la deriva ultraliberista del modello di sviluppo.

Perciò al G7 il Papa ha la credibilità per testimoniare la coscienza della crisi del modello capitalista sfrenato del guadagno ad ogni costo. Fin dall’inizio Francesco ha fatto propria la necessità di pensare un nuovo paradigma di rapporto della Chiesa con il potere. Non più una realtà diretta o mediato da realtà confessionali, ma una netta separazione dei ruoli. Tutto il magistero di Francesco è fatto di profezia e non di soluzioni tecniche. Come se dicesse: io ti faccio vedere ciò che tu non sei più in grado di vedere a causa delle cataratte storiche o ideologiche che ti riducono la vista. Ossia gli uomini-scarto, l’umanità e la fratellanza dei migranti, la catastrofe ecologica che minaccia la vita soprattutto dei popoli più poveri.

Ecco io ti tolgo le cataratte che ti impediscono di vedere, ma la soluzione tecnica a questi drammatici problemi la devi trovare tu, è responsabilità politica tua, io non voglio invadere il terreno della tua autonomia e della tua competenza di laico impegnato in politica. In questo senso. Francesco riconosce al laicato la responsabilità di contemporaneizzare il messaggio cristiano e, quindi, il dovere di coltivare una particolare intelligenza della storia e della modernità, utilizzando tutti gli strumenti che la ricerca tecnologica consente (inclusa l’Intelligenza artificiale di cui il G7 si occupa), restando padroni della propria vita e della propria libertà.

Francesco ha il vantaggio di una forte spontaneità percepita come autentica dalla gente che, proprio per questo, è pronta a riconoscerne la leadership morale pur in un’epoca di dilagante secolarizzazione e di individualismo radicale. Il senso comunitario e popolare della “Chiesa ospedale da campo” riesce ad esprimere al Vertice dei paesi più industrializzati il valore dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso, della custodia del Creato e dell’ecologia umana, dell’accoglienza degli immigrati e della convivenza interculturale, della collegialità delle decisioni da prendere a difesa della famiglia dei popoli e delle nazioni.

Si tratta di prospettive che sono legate tra loro dai fondamentali principi dell’inclusione, della comprensione, dell’uguaglianza nella dignità, della misericordia, della prossimità agli abbandonati, ai dimenticati, agli invisibili. Il no alla guerra si rafforza nella salvaguardia delle minoranze etniche-culturali e religiose, dei poveri e di intere popolazioni ai margini della storia. Come all’Onu e al Parlamento europeo, Francesco interviene al G7 a nome della Chiesa “esperta in umanità” (secondo la definizione di San Paolo VI) e di tutti coloro che non trovano ascolto al tavolo dei potenti.

don Aldo Buonaiuto

Fondatore e direttore editoriale di In Terris, è un sacerdote della Comunità Papa Giovanni XXIII. Da anni è impegnato nella lotta contro la prostituzione schiavizzata

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