Disattenti come siamo in un vuoto di vacanza, ottant’anni paiono una distanza ancor più lontana, e invece ci piombano addosso: basta aprire il giornale. Mai come in questi giorni l’orologio atomico torna ad avvicinarsi alla mezzanotte, il momento della resa dei conti da cui in pochi potrebbero salvarsi e chi si salverà troverà attorno a sé solo morte e distruzione.
Nemmeno nei tempi più difficili della Guerra Fredda si era assistito ad una sfida come quella dei giorni scorsi tra Donald Trump e Dmitrj Medvedev. All’inizio solo parole, ma poi si è passati alla mobilitazione di un paio di sottomarini nucleari e di qui alla minaccia di sospensione (anzi, alla denuncia) degli accordi per la limitazione delle armi nucleari di media e breve gittata, quelle impiegate sul teatro europeo. Come se otto decenni fa, a Hiroshima e Nagasaki, non fosse accaduto nulla. Nulla esattamente come nulla sembrava essere accaduto, agli occhi degli europei degli anni Trenta, appena tre lustri prima sulla Marna.
Non è un caso che proprio la sindrome degli anni Trenta sia stata evocata, la scorsa primavera, da Sergio Mattarella in una prolusione autenticamente magistrale, all’Università di Marsiglia. Ebbe a paragonare, il Presidente, l’atteggiamento aggressivo della Russia in Ucraina a quello della Germania verso la Polonia, nel 1939. Ebbe anche a paragonare i dazi imposti da Trump alla scellerata politica delle tariffe di Coolidge e Hoover. La connessione tra queste due cose pare arcana, invece è lampante: è il sistema mondiale che va in pezzi, soprattutto quando le democrazie rinunciano alle loro responsabilità e si fanno piccinine piccine, schiave del male che dai tempi di Atene risulta loro letale: la demagogia populista.
Le bombe sul Giappone nell’estate del ’45 sono lì a rammentarci quale sia l’esito possibile di un tale avvitamento, anche se la natura umana è di per sé dotata di memoria selettiva; non ricorda tutto, ma solo quello che conviene al momento. In questi frangenti qualcuno rievocherà semplicemente la vittoria, non la tragedia, e con questo assolverà il passato e esalterà il presente. Papa Leone, non a caso, ha letteralmente inaugurato il pontificato invocando la pace e fatto della condanna della corsa al riarmo uno dei leit motiv del suo magistero. Il pericolo incombe, l’inverno avanza e il cielo si offusca.
La primavera del 1946, a Nagasaki, vide però un miracolo, perché da quelle macerie ancora fumanti di radioattività spuntò un ramoscello verde. Era un pollone di ginkgo, pianta preistorica che abita la Terra dai tempi dei dinosauri e che da allora nemmeno la più grande stupidità umana è riuscita ad eliminare. Ora, essendo l’olivo pressoché introvabile da quelle parti, ci piace pensare che il gingko ne sia il facente funzione giapponese.
Il significato dell’evento salta all’occhio: il Creato è più forte, nel disegno provvidenziale, di qualsiasi tecnologia umana, foss’anche dei missili di Putin o della propaganda su X. Questo ci dà una speranza, come l’aspidistra di George Orwell. Ma una cosa deve essere chiara: dal momento che siamo stati dotati di libero arbitrio, la responsabilità di quello che accadrà sarà solo ed esclusivamente nostra. La ripresa dovrà passare per la riappropriazione del nostro ruolo e delle nostre responsabilità per il rafforzamento dei sistemi democratici, gli unici che hanno potuto garantire, anche in un’era atomica, pace e sviluppo. Andando dietro ai pifferai magici che predicano la rivalsa o l’esclusione, magari andremo lontano. Ma non ci riposeremo mai all’ombra di un ginkgo.

