Nelle letture di questa trentesima Domenica del Tempo Ordinario c’è un messaggio di fondo che le lega tutte: Il Signore è vicino. Questo dona speranza al nostro cuore che, spesso si trova a lottare con le difficoltà della vita presente e i nodi che soffocano il nostro cuore. I piccoli, gli umili e coloro che confidano nel Signore, sono nelle sue mani. Così ci ricorda il libro del Siracide: “Non trascura la supplica dell’orfano, né la vedova, quando si sfoga nel lamento” e ancora, “La preghiera del povero attraversa le nubi né si quieta finché non sia arrivata” (Prima lettura).
Anche il salmo 33 ci ricorda questa verità: Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, egli salva gli spiriti affranti. Il Signore riscatta la vita dei suoi servi;
non sarà condannato chi in lui si rifugia.
Se da una parte l’umile è ascoltato da Dio, dall’altra, l’atteggiamento della superbia, dell’arroganza, allontano da Dio. Entriamo nella parabola raccontata da Gesù nel Vangelo. Due uomini salgono al Tempio a pregare. Questi uomini rappresentano due categorie di persone. Anche noi possiamo essere farisei o pubblicani. Con questa parabola, Gesù mette in guardia proprio noi che siamo credenti. Non tutti e due uomini escono dal tempio allo stesso modo. Uno esce giustificato. L’altro, addirittura, dopo aver pregato esce con un peccato in più. Solo una preghiera è gradita a Dio. L’altra è una vera e propria offesa alla santità di Dio.
Prima conclusione: non basta andare in chiesa per essere buoni. Non basta aver fatto una preghiera per essere apposto con la coscienza. Cosa fa il fariseo? La sua è una preghiera “atea” perché a parole di rivolge a Dio ma di fatto a lui non gli serve Dio. È come un bicchiere già colmo fino all’orlo e non può più ricevere altro. Nel suo lungo elenco di cose fatte, loda se stesso ma non Dio. Sembra che anche il Signore debba dirgli grazie o, addirittura, gli debba qualcosa.
Le opere compiute dal fariseo sono buone. Ma hanno valore fatte cose? No, perché il suo cuore è presuntuoso. Pertanto, non prega Dio ma mette dinanzi a Lui la sua vanità. La conseguenza è terribile. L’orgoglio lo porta al disprezzo degli altri, dei fratelli. Quando si disprezza un fratello si commette un grave peccato. Il fariseo non ha nessun sentimento di compassione verso il pubblicano in fondo al tempio. Al fariseo non servono gli altri. Sono solo il metro di misura per innalzare se stessi. Tanta gente, purtroppo, si comporta cosi.
Capitò a me una volta di accogliere una persona che era tutta una lamentela continua. Era proprio la domenica che durante la Santa Messa si leggeva questa parabola del fariseo e pubblicano al Tempio. Mi fu detto tra le altre cose: “io non sono come gli altri”. Non risposi nulla. Chiesi soltanto che la persona che era venuta da me potesse pazientare l’inizio della Messa. Ascoltò il Vangelo. Rimase colpita da quelle parole. Al termine della celebrazione venne da me con il volto rigato dalle lacrime e mi disse: “Padre, sono tanti anni che frequento la Chiesa ma solo oggi ho compreso di non essere una buona credente. Ora posso chiedere perdono al Signore”. Chi prega Dio e non ama il prossimo ha sbagliato tutto. Chi prega come il fariseo e poi esce dal Tempio, in realtà, non ha incontrato Dio.
Oggi riflettiamo su due punti importanti. Innanzitutto, chiediamoci come è la mia preghiera? E poi chiediamoci se la nostra preghiera apre il cuore verso i fratelli non per giudicarli evidentemente, ma per amarli. Quando preghiamo ci accostiamo a Dio e da Lui dobbiamo prendere le caratteristiche del suo cuore.
È vero, il pubblicano è un peccatore. Gesù lo osserva. Il suo cuore è veramente pentito. Gesù si mette dalla sua parte. Perché? uscirà dal Tempio cambiato. Non ha opere buone da esibire ma solo peccati e lacrime di pentimento. Costui amerà Dio con tutto il cuore e amerà il prossimo perché sa che è stato perdonato.
Ecco cosa deve fare la preghiera in noi: ci deve trasformare. Il peccato è una vera rovina. Solo i peccatori salvati sono veramente felici perché ricordano chi erano e hanno sempre presente ciò che il Signore ha fatto in loro. Dio guarda il cuore. Non mostriamo al Signore un cuore cattivo. Noi visti da fuori sembriamo tutti buoni. Ma visti da dentro come siamo davanti a Dio. Mettiamoci in ginocchio davanti al Signore e lasciamoci visitare e trasformare.

