L’eutanasia attiva si fa strada in Europa

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Forse ci eravamo illusi che il vento mortifero che spazza la cultura occidentale si fosse placato dopo lo sforzo senza precedenti profuso da governi e istituzioni di ogni tipo per salvare milioni di vite dalla pandemia del Covid 19. Le ulteriori derive legislative, che nell’ultimo anno hanno allargato le maglie dell’accesso all’aborto e all’eutanasia in molte nazioni, ci dicono, purtroppo, che la riscoperta del valore intrinseco di ogni vita non riguarda tutte le persone.

Lo scorso 18 marzo la Camera dei deputati della Spagna ha approvato il disegno di legge sull’eutanasia, il Paese iberico è così diventato il settimo al mondo a depenalizzare l’aiuto diretto a morire per persone affette da certi tipi di malattie gravi e incurabili. Sarà il sistema sanitario nazionale a offrire questa prestazione, a cui avrà diritto chi vive in Spagna da almeno 12 mesi.

La strada della morte data su richiesta da ieri è in discesa anche in Francia. Giovedì è infatti sbarcata al Parlamento di Parigi una nuova proposta di legge sul fine vita. La creazione di un diritto all’eutanasia per le persone affette da mali incurabili è stata oggetto a fine marzo di discussione presso la commissione per gli Affari Sociali dell’Assemblée Nationale. Il testo adesso passa alla plenaria.

La proposta prevede che “ogni persona capace, maggiorenne, in fase avanzata o terminale di una patologia grave e incurabile, qualunque sia la causa, che provoca una sofferenza fisica o psicologica che non può essere alleviata o ritenuta insopportabile”, possa chiedere “un’assistenza medica” per morire “con un aiuto attivo”. La formulazione è talmente lacunosa che lascia la possibilità di far accedere all’eutanasia attiva (quindi non parliamo di rifiuto di idratazione e alimentazione ma di pratiche per provocare la morte) anche persone semplicemente depresse (sofferenza psicologica), malati che non sono in una fase terminale della malattia o disabili che hanno una condizione inguaribile ma stabilizzata che consente loro di vivere ancora a lungo.

D’altra parte il primo firmatario della proposta, il deputato Olivier Falorni (Groupe Libertés et Territoires) senza troppi giri di parole parla di diritto “al fine vita libero e scelto” e sostiene che una morte medicalmente assistita permetterebbe di uscire “dall’ipocrisia”, evitando alle persone di partire “in esilio” in Belgio o in Svizzera per potervi ricorrere. Nei due Paesi citati da Falorni sono praticamente caduti quasi tutti i divieti di accesso all’eutanasia e da quando è stata legalizzata i casi di persone che hanno richiesto la morte sono aumentati esponenzialmente anno dopo anno.

Tuttavia in Francia, malgrado la maggiora parte dell’opinione pubblica sia stata anestetizzata dalla retorica della libera scelta, è emerso un ampio e variegato fronte contrario all’eutanasia attiva. Si è opposto pubblicamente al progetto di legge Michel Houellebecq, considerato uno dei massimi scrittori contemporanei francesi, che ha svelato l’inganno dicendo che “nel caso della compassione, la menzogna è palpabile” e ricordando che Jacques Attali (noto manager francese), in un vecchio libro, “ha insistito molto sul costo per la comunità di mantenere in vita persone molto anziane”. Houellebecq ha quindi riconosciuto che “i cattolici faranno del loro meglio per resistere ma, è triste dirlo, ci siamo più o meno abituati al fatto che i cattolici perdano sempre”.

L’arcivescovo di Parigi ed esperto bioeticista, mons. Michel Aupetit, in un’intervista rilasciata a France Inter e ripresa da Famille Chretienne alla vigilia della discussione in aula, ha toccato uno dei punti più significativi della questione: “È paradossale che ci sia questa offensiva per dare la morte in un momento in cui la morte ci accerchia ed è dappertutto. Bisognerebbe piuttosto battersi per la vita. La soluzione davanti alla sofferenza non è uccidere la persona, ma alleviare la sofferenza e accompagnarla. La vera libertà è quella di lasciarsi amare”.

Da persona che ha esercitato la professione di medico prima di prendere i voti, mons. Aupetit ha poi difeso il diritto all’obiezione di coscienza, spiegando che è compito dei medici alleviare il dolore ma “non è compito del medico uccidere le persone” e cercare di affidare ai medici l’atto di uccidere un malato è “gravissimo”. Il presule ha poi riflettuto sul cambiamento del rapporto con la morte: “Dagli anni ’50, abbiamo avuto una morte in qualche modo oscurata. Non indossiamo più il lutto. C’era una messa in scena intorno ai morti, che è scomparsa. Avevamo l’impressione che non esistesse più, che fosse nascosta. Adesso, là, è tornata in vigore”.

Tanti laici e uomini di fede ci dicono quindi che non tutto è perduto difronte all’imbarbarimento di una società che cela la disperazione dietro al simulacro dell’autodeterminazione senza limiti. L’idea di farla finita ha sempre motivazioni personali di grande sofferenza che potrebbero essere aiutate e sanate da una società solidale e che, al contrario, vengono esaltate da una cultura che se ne lava le mani, facendo propaganda a favore del “togliersi di mezzo”, il tutto camuffato da libera scelta.

La sfida prima che politica è dunque culturale, perché non bisogna lasciare spazio alla diffusione del malsano principio secondo cui ci sono condizioni per le quali la vita può essere violata. Sarebbe un ulteriore passo verso quell’abbandono terapeutico dei malati, che purtroppo già è possibile osservare nelle strutture sanitarie anche dei più ricchi Paesi occidentali. Nessuno al mondo vuole veramente morire e chi sceglie di uccidersi mette in atto un’azione disperata, dettata dalla solitudine in cui è stato lasciato.

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