Energia: l’Italia fragile tra guerre, prezzi e dipendenze estere

cnel
Foto di Burly Vinson: https://www.pexels.com/it-it/foto/fotografia-a-fuoco-poco-profondo-della-luce-gialla-della-stringa-185699/

La guerra in Iran riporta al centro una questione che l’Italia preferisce dimenticare finché non esplode una crisi: l’energia. Ogni conflitto nel cuore delle rotte petrolifere accende immediatamente l’allarme sui prezzi. Ma nel nostro Paese l’allarme diventa quasi sempre un’emergenza permanente, perché partiamo da una posizione molto più fragile rispetto ad altri partner europei. Non è sfortuna. È il risultato di trent’anni di scelte mancate. In tutto questo periodo nessun governo è riuscito a costruire un vero piano energetico nazionale capace di garantire tre obiettivi semplici: autonomia, prezzi sostenibili e sicurezza degli approvvigionamenti. Si è preferito navigare a vista, inseguendo mode politiche e paure collettive. Oggi il conto arriva puntuale.

L’errore più grave è stato l’abbandono del nucleare: una fonte stabile, priva di emissioni e capace di produrre energia a costi inferiori rispetto a molte alternative. Francia e Spagna non lo hanno smantellato. Hanno continuato a investire e, nel frattempo, hanno costruito numerosi rigassificatori che consentono di acquistare gas sul mercato globale senza restare prigionieri dei gasdotti. In Italia, invece, si è detto no a tutto: nucleare, rigassificatori, estrazione di gas nazionale.

Eppure la storia insegna. Negli anni Ottanta il gasdotto dal Sahara portò in Italia forniture algerine a prezzi competitivi. A sostenerlo fu Enrico Mattei, convinto che il gas sovietico potesse trasformarsi in una leva politica. I fatti gli hanno dato ragione. Fino agli anni Ottanta i governi programmavano con maggiore attenzione l’autonomia energetica del Paese, puntando sull’idroelettrico e sul nucleare. Era chiaro che, con la crescita del fabbisogno energetico, non si poteva scegliere energia troppo costosa — con ricadute pesanti su famiglie e imprese — né cadere nella dipendenza da regimi autoritari pronti a usare le forniture come strumento di pressione politica. Col tempo, però, quella visione strategica si è progressivamente dissolta, come dimostra la realtà di oggi.

In un mondo attraversato da guerre e tensioni energetiche, l’improvvisazione diventa un rischio strategico. L’Italia ha bisogno di una rotta chiara: più rigassificatori per acquistare gas sul mercato globale, sviluppo delle risorse nazionali, meno burocrazia per le rinnovabili e un confronto serio sul nucleare di nuova generazione. Parallelamente lo Stato dovrebbe smettere di utilizzare le accise come un bancomat permanente. Aumentano quando i prezzi salgono, ma raramente diminuiscono quando il mercato si raffredda. La crisi iraniana ci ricorda una verità semplice: nel nuovo disordine globale l’energia è potere. Chi non pianifica resta dipendente. E chi dipende finisce sempre per pagare il prezzo più alto.

ARTICOLI CORRELATI

AUTORE

ARTICOLI DI ALTRI AUTORI

Ricevi sempre le ultime notizie

Ricevi comodamente e senza costi tutte le ultime notizie direttamente nella tua casella email.

Stay Connected

Seguici sui nostri social !

Scrivi a In Terris

Per inviare un messaggio al direttore o scrivere un tuo articolo: