A Genk, nel cuore delle Fiandre, una delle capitali storiche dell’estrazione del carbone in Belgio, si è celebrato l’ottantesimo anniversario dell’accordo italo-belga che contribuì a cambiare il destino dell’Italia del dopoguerra. Una ricorrenza che non appartiene soltanto alla memoria dell’emigrazione, ma che richiama una stagione nella quale la politica seppe misurarsi con la realtà, assumendo decisioni difficili in nome dello sviluppo nazionale.
Nel 1946 il nostro Paese usciva dalla guerra prostrato. Le fabbriche erano in gran parte ferme, le infrastrutture danneggiate, la disoccupazione dilagante. Soprattutto, mancava l’energia necessaria per riaccendere l’industria. Il Belgio, dal canto suo, disponeva di miniere di carbone ma soffriva una grave carenza di manodopera. Da questa convergenza di interessi nacque l’intesa: Bruxelles avrebbe garantito all’Italia il carbone indispensabile alla ripresa produttiva; Roma avrebbe inviato inizialmente 50 mila lavoratori, poi diventati oltre 150 mila.
Fu una scelta sofferta, ma lungimirante. Migliaia di italiani, spesso provenienti dalle aree più povere del Paese, lasciarono le proprie famiglie per affrontare il lavoro durissimo delle miniere. In cambio ottennero salari equiparati a quelli dei lavoratori belgi e la possibilità di inviare rimesse che contribuirono al sostentamento di intere comunità. Quelle risorse, insieme al carbone che alimentava le nostre industrie, divennero uno dei mattoni della ricostruzione economica italiana.
Dietro i numeri vi furono sacrifici immensi. Le condizioni di lavoro erano spesso estreme e il rischio costante. Dieci anni dopo, nel 1956, la tragedia di Marcinelle avrebbe consegnato alla storia il prezzo umano di quella stagione: 262 morti, di cui 136 italiani. Una ferita ancora aperta nella coscienza europea.
Eppure sarebbe un errore leggere quella vicenda soltanto attraverso il prisma del dolore. L’accordo italo-belga rappresentò uno dei passaggi che prepararono il terreno al miracolo economico degli anni Cinquanta e Sessanta. Fu anche uno dei tasselli del processo che avrebbe portato alla Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, il primo nucleo dell’integrazione continentale. Alcide De Gasperi comprese prima di altri che energia, industria e lavoro erano aspetti inseparabili di una medesima strategia nazionale.
Ed è proprio qui che il confronto con il presente diventa impietoso. Ottant’anni fa la preoccupazione dominante era come garantire energia sufficiente per creare occupazione e sviluppo. Oggi sembra prevalere l’arte di impedire qualsiasi soluzione. In qualunque Paese del mondo la scoperta di un giacimento di gas o di petrolio viene accolta come un’opportunità; in Italia, troppo spesso, come una disgrazia. Per anni si è detto no ad ogni programmazione che riguardasse l’approvvigionamento energetico; ed i costi di oggi delle bollette sono le più alte d’Europa.
In questi giorni il Governo ha riproposto il tema dell’energia nucleare. Le opposizioni denunciano il costo dell’energia italiana, ormai superiore a quello di molti Paesi concorrenti, ma dimenticano che gran parte delle resistenze che hanno bloccato per decenni un piano energetico nazionale provengono proprio da quella cultura politica che ha trasformato ogni infrastruttura in un terreno di scontro ideologico.
Ma la storia di quel lontano 1946 e di quel benessere che scaturì da quelle intuizioni e grandi sacrifici continua a parlarci. Ci ricorda che il lavoro non nasce per decreto, che lo sviluppo non si costruisce contro l’economia e che il benessere di una nazione richiede visione, coraggio e responsabilità. Le qualità che consentirono all’Italia di rialzarsi allora e delle quali, oggi, si avverte nuovamente il bisogno.

