Elezioni del capo dello Stato, cosa ci dovremmo attendere?

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Quando, tra qualche mese, le Camere si riuniranno in seduta comune per eleggere il nuovo Capo dello Stato verrà finalmente al pettine uno dei nodi più grossi di quella che noi ci intestardiamo a chiamare Seconda Repubblica, e invece è stata solo la seconda – zoppicante – fase della nostra storia democratica. Sarà allora veramente che vedremo se il processo di destrutturazione del nostro sistema istituzionale e politico avrà trovato il suo compimento, oppure se qualcosa è rimasto tra le pagine chiare e le pagine scure degli ultimi trent’anni.

L’indeterminatezza che avvolge al momento il processo di selezione di un nuovo nome per il Quirinale non deve stupire. Non c’è nulla di più fisiologico: come in tutte le competizioni politiche ed elettorali, a contare sono gli ultimi posizionamenti prima che il mossiere faccia cadere il canapo. Il problema semmai è un altro: simile, ma sostanzialmente diverso. E cioè che qua, di fantini in grado di vincere il Palio, non se ne vedono. Nel senso che alla fine uno dovrà pur vincere, ma sarà probabilmente un cavallo scosso: senza monta e senza direzione, che corre verso il traguardo solo in virtù dell’urlo della folla eccitata. E allora si capirà davvero che questa è la triste fine della seconda fase della Repubblica, che non ha saputo selezionare una classe dirigente in grado di rappresentare, in fin dei conti, non solo la propria parte ma, al momento della chiama, tutto il Paese.

Scorrendo i nomi fin qui circolati si capisce bene il ragionamento. Berlusconi (che non fa mistero del suo sogno e allo scopo cerca di ottenere da Mattarella persino una grazia preventiva per il processo Ruby Ter), ma anche Prodi (che nega e negherà sempre ogni desiderio, ma intanto pubblica la sua autobiografia e poi comunque negava anche nel 2013) o Casini (che non nega affatto, e aspetta i tempi giusti), insomma Prodi Berlusconi Casini ma anche Gentiloni o Sassoli o chissà chi altro, nessuno insomma pare avere la statura per l’incarico. Tutti troppo di parte (soprattutto i primi due, ma anche gli altri), tutti possibili vittime di quello che anche in passato è stato un rischio ben concreto. Quello di sentirsi dire, da quasi metà dell’opinione pubblica, “tu non ci rappresenti”. E questo, in un Paese retto secondo il Censis dalla rabbia e dal rancore, è qualcosa di potenzialmente esplosivo.

Paghiamo insomma tre decenni di insulti reciproci, scomuniche violente, denigrazioni e mutue demonizzazioni. Finora, nel selezionare i presidenti della Repubblica, le cose hanno retto: esisteva ancora il vivaio della prima fase della Repubblica. Anche Mattarella proviene da lì: un ambiente dove gran cazzotti volavano tra gli schieramenti, ma l’identificazione nei valori costituzionali era generale. Per forza: la Costituzione l’avevano scritta tutti insieme. Oggi nessun partito può vantarsi di avere un tale pedigree: il più vecchio è la Lega (quella rimasta Lega Nord con 49 milioni da restituire sul groppone) e la cosa dice tutto. Il più antico strumento del sistema è stato il primo componente antisistema ad emergere.

Stucca l’idea di doversi cimentare con il dilemma della riconferma di Sergio Mattarella. L’uomo ha assolto in modo eccellente al suo compito ed è un peccato che lasci. Ma lui vuole lasciare, e se è vero che la politica è piena di ripensamenti (e non è una cosa negativa) è anche vero che così il problema sarebbe solo rinviato di qualche anno. Uno e sette, da questo punto di vista non fa una grande differenza. O meglio, la farebbe se ci fosse il tempo, da qui alla fine del prossimo mandato, per ricreare un humus dove far attecchire qualche buona pianta, magari grazie ad una nuova, sana e proporzionale legge elettorale. Perché al fondo la questione è proprio questa: a forza di schierarci abbiamo finito per odiarci.

La convocazione delle Camere è prevista all’indomani dell’Epifania. A meno di miracoli, sarà una faccenda lunga. Neanche questo in sé è un dramma: siamo sufficientemente anziani per ricordarci l’estenuante trafila di votazioni per arrivare a Giovanni Leone. Anche Oscar Luigi Scalfaro arrivò dopo 28 scrutini. Niente di male: la politica, diceva Moro, è il tempo che ci vuole per arrivare ad una soluzione. Solo che oggi Moro, probabilmente, non sarebbe nemmeno arrivato a farsi eleggere in Parlamento, sopravanzato come sarebbe stato da – definizione tecnica e non giudizio di valore – nani e ballerine.
Quindi cosa dovremmo attenderci, dopo anni di classe dirigente cooptata e poco preparata? Attendiamo a questo punto, dacché la speranza è l’ultima a morire e soprattutto di virtù teologale si tratta, la terza fase della Repubblica, magari inaugurata da un nuovo tipo di processo elettorale. Poi ci vorrà comunque qualche anno per veder maturare i frutti. Ma chissà.
Da ultimo una confessione: Mattarella sarebbe il miglior presidente a nostra disposizione. Speriamo ci rifletta su.

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