Elezioni: abbiamo ancora un mese per riflettere

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Non illudiamoci troppo: difficilmente assisteremo a qualcosa di veramente interessante. E se dovesse accadere il contrario, sarà solo per cause esterne, variabili indipendenti, qualcosa insomma che non è stato finora calcolato da nessuno, figuriamoci dai protagonisti. Un mese di campagna elettorale, e sarà probabilmente uno sbadiglio. Non può essere altrimenti, dal momento che finora è andata in scena la conclamata malattia della politica, ma i medici chiamati al capezzale sono da far invidia a quelli di Pinocchio. E così la successione di scontate banalità contenute nelle proposte politiche (nessuna interessante, molte urticanti) va a far la concorrenza al responso dei suddetti luminari della medicina (“Se il paziente piange è perché gli spiace di morire”, e via dicendo).

Nemmeno il gusto – effimero, indotto, inutile e caduco – di uno scontro diretto tra pezzi da novanta. Intendiamoci, non ne sentiamo la mancanza: è tutta fuffa e roba per la curva. Ma nemmeno questo magro intrattenimento ci è dato: se anche Renzi e Berlusconi si scontrano è questione di ex, non di competitor. Siamo nella fascia medio-bassa della classifica: quelli che la salvezza possono darla per scontata, ma la lotta ai vertici è tutt’altra cosa.

Abbiamo comunque un mese per riflettere: non è poco tempo, non va buttato via. Riflettiamo allora sui fondamentali di questa contingenza. Il primo è che il sistema politico è sbilanciato: sono stati ridotti i parlamentari ma nessun correttivo è stato apportato. Si preveda quindi un lungo periodo di necessario assestamento, per non dire paralisi, del sistema parlamentare. Proprio nel momento in cui c’è più bisogno di una democrazia deliberante, che affronti guerra, pandemia e poi crisi economica e poi problemi energetici e poi rapporti con l’Europa. Auguri. Secondo elemento: la mancanza di rappresentatività del prossimo Parlamento, frutto ora più che mai di cooptazioni e favori personali. L’astensionismo cresce, e crescerà probabilmente anche da qui al 25 settembre. Danni poco visibili nell’immediato: il 26 si tenderà a dimenticare tutto, ma se poi tra un anno o cinque quando sarà la prossima tornata elettorale metà della gente eviterà il voto come fosse la peste, non stupiamocene. Ce la saremo andata a cercare. Sì, perché sarà anche colpa nostra, che questo stato di cose lo abbiamo accettato nella facile veste di opinione pubblica che guarda ma non fa.

Salvo poi lamentarci che la sinistra è sinistra e non più centrosinistra, o la destra non è più centrodestra ma destra. Che quello si presenta sotto le vesti peggiori (ed è vero) e che questa mischia diritti sacrosanti a presunti sacri egoismi di minoranze chiassose e libertarie. Vero pure questo. Intanto sorbiamoci questo prossimo mese di campagna assordante e noiosa: in fondo come tutte le campagne elettorali, si tratta di un periodo di inevitabile gestazione del dopo. Ed il 26, chissà, nascerà una nuova Repubblica. Solo che è lecito temere che si tratti della Repubblica dell’Ignavia.

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