Ricordo che con la passione viscerale tipica di chi è innamorato perso, richiamava la Chiesa intera, Vescovi, sacerdoti, laici e seminaristi ad una conversione epocale: “Dobbiamo passare dalla devozione alla rivoluzione, la devozione senza la rivoluzione non serve a nulla. Il mondo ha bisogno di una rivoluzione d’amore!” E ancora: “Dobbiamo smetterla di restare nelle sagrestie delle nostre parrocchie, bisogna andare a cercare i poveri laddove sono”.
Tuonava così don Oreste Benzi dal pulpito dell’altare lasciando tutti muti ed esterrefatti. Ma non erano solo parole. Quel prete di strada, più matto che santo, aveva capito che i giovani si autoconvocavano nelle discoteche e sarebbe stato un peccato di fronte a Dio abbandonarli a se stessi. “Il cuore dei giovani batte per Dio, ma nessuno li ascolta!” Per questo lui andava a confessare nelle discoteche. L’ho visto con i miei occhi al centro della pista, con la sua tonaca lisa in mezzo ad un marasma di adolescenti ubriachi in una discoteca di Cuccurano nell’entroterra di Pesaro, gli si avvicina un ragazzino strafatto e gli prende la mano per metterla sulla sua fronte e don Oreste lo benedice lì, tra le luci psichedeliche, la musica assordante, i bassi che battevano duro e una puzza di alcool da restare tramortiti. A fine serata saliva alla consolle, spegneva la musica, prendeva il microfono e chiedeva un applauso a Gesù. Tornando in macchina diceva a bassa voce: “Gesù, un applauso da 500 giovani, alle 2.00 di notte, da una discoteca non te l’aveva fatto fare ancora nessuno”.
Don Oreste è stato un uomo tutto di Dio, così immerso in quel Mistero da farsi tutto a tutti. Ha strapazzato la sua anima per i poveri, schierandosi dalla loro parte. Leggeva gli eventi della storia da un’angolatura privilegiata, quella degli ultimi della società. Si era fatto povero con i poveri, ultimo con gli ultimi. La sua vita non apparteneva più a se stesso, i più bisognosi dettavano l’agenda della sua giornata. Si è fatto voce dei più diseredati, degli oppressi, dei drogati, dei detenuti. degli zingari, dei feti abortiti, delle prostitute. Un mistico con le scarpe grosse, che ha trasformato la strada in una liturgia, le periferie in luoghi di culto.
Quel prete dalla tonaca lisa, più santo che matto, sembrava compiaciuto quando, negli ultimi anni della sua vita, andò a vivere in una casa di accoglienza di persone senza fissa dimora e rientrando una sera al buio lo scambiarono per un barbone. Non aveva più nulla per sé, aveva dato tutto se stesso a Dio.
Nel cuore della notte, quando la devozione dei rosari nelle parrocchie era finita, lui portava nelle strade la rivoluzione dell’amore, cercando le prostitute, pregando con loro e alla fine le invitava a scappare, a lasciare i magnaccia, promettendo protezione e resurrezione, una vita nuova. Ha sottratto al racket migliaia di ragazze schiavizzate per soddisfare i piaceri genitali degli uomini italiani, accogliendole nelle case famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII.
Ha avuto paura quando ricevette minacce dalla mafia del racket organizzato perché aveva scompigliato gli affari miliardari sulla pelle di donne e bambine costrette alla prostituzione con violenze ed abusi disumani. Ma non si fermò di fronte alla paura, perché diceva: “La paura si vince per un amore più grande”. Tu hai vinto don Oreste. Grazie don!

