Quarant’anni fa iniziò il dialogo passato alla storia come “spirito di Assisi” secondo l’espressione coniata da Giovanni Paolo II. Come racconterà poi il cardinale Roger Etchegaray, plenipotenziario pontificio in decine di missioni di pace lo “spirito di Assisi” a partire dal 1986 si è diffuso un po’ ovunque. E “conserva la forza viva del momento in cui si è scaturito”. Disse poi il porporato francese: “Essendo stato testimone ammirato del suo germinare nel pensiero del Papa e artigiano privilegiato del suo sbocciare, oso affermare di aver sentito quel giorno battere il cuore del mondo. È bastato un breve incontro su una collina, qualche parola, qualche gesto, perché l’umanità straziata riscoprisse nella gioia l’unità delle sue origini”. E quando, alla fine di una grigia mattinata, l’arcobaleno è apparso nel cielo di Assisi, i capi religiosi riuniti dall’audacia profetica di uno di essi, Giovanni Paolo II, vi hanno scorto un richiamo pressante alla vita fraterna. Nessuno poteva più dubitare che la preghiera avesse provocato quel segno manifesto dell’intesa tra Dio e i discendenti di Noè. Nella cattedrale di San Rufino, quando i responsabili delle Chiese cristiane si sono scambiati la pace, tutti videro le lacrime su certi volti e non dei meno importanti.

Come sottolinea il suo amico e collaboratore Gian Franco Svidercoschi, quando è salito al soglio di Pietro, Karol Wojtyla aveva già sperimentato in prima persona la spaventosa realtà di una guerra, la sua spietatezza, il suo immenso potere distruttivo. Lui stesso aveva rischiato di perdere la vita, o quanto meno di finire in un carcere, in un campo di concentramento. E, con tutto il trauma provato nell’averlo saputo solo dopo, aveva vissuto a pochi chilometri da uno dei luoghi dove più si era consumato lo sterminio di un intero popolo. Sei milioni di ebrei – e tanti suoi amici carissimi – scomparsi nelle camere a gas. E dopo il nazismo, dopo la Shoah, dopo Auschwitz, un’altra prova terribile: il comunismo, i gulag, mezza Europa diventata una grande prigione. Quasi che Karol Wojtyla, avendo potuto – come ricorderà –conoscere “dall’interno” i due totalitarismi, riassumesse in sé, nella sua persona, la duplice immane tragedia che l’umanità ha vissuto nel XX secolo. E fosse perciò diventato il testimone più naturale, più credibile, più autorevole, del pericolo mortale di quando la ragione pretenda di sganciarsi dai valori umani, e soprattutto da quel bisogno di trascendenza che è proprio di ogni uomo.

La lotta armata – e non solo per la fede religiosa che professava – era lontana mille miglia dal modo di vivere, di pensare, di Karol Wojtyla. E dunque, non fu certo per codardia che non aveva seguito gli amici entrati nell’esercito clandestino. Per lui, c’erano altre “armi” per difendere la libertà e il patrimonio della nazione. Così, rievoca l’ex vicedirettore dell’Osservatore Romano, la sua resistenza al nazismo si concentrò sul piano culturale, alternando il lavoro alla Solvay con le rappresentazioni teatrali nelle case private, malgrado si tenessero sotto l’incubo continuo di irruzioni delle SS. Non solo, ma dopo la morte del padre trasformò la sua casa in un rifugio per amici dissidenti, occupandosi contemporaneamente di assistere perseguitati, ebrei. E intanto stava maturando la sua scelta definitiva: essere ministro di Cristo. Nel 1986 ad Assisi il dialogo diventerà Dna e metodo di riconciliazione per la Chiesa universale.

