Desertificazione e siccità, la risposta è nel lavoro delle tute verdi

Foto di Jerzy da Pixabay

Ricorre oggi la Giornata mondiale contro la desertificazione e la siccità, istituita dalla Nazioni Unite nel 1995 e dedicata quest’anno al tema quanto mai strategico “Ripristinare la terra. Sbloccare le opportunità”. Il ripristino della terra passa per l’obiettivo di recuperare 1,5 miliardi di ettari di terreni degradati dando impulso a un’economia da mille miliardi di dollari entro il 2030. La sfida è molto complessa, richiede un approccio multidisciplinare con azioni da intraprendere su più livelli, ma è indubbio che riguardi anzitutto il lavoro agroalimentare e ambientale con tutti i suoi settori interconnessi della forestazione, dei Consorzi di bonifica, dell’agricoltura, della trasformazione alimentare, dell’acquacoltura.

Servono opere per il contrasto al dissesto idrogeologico, un’attività continua per la manutenzione e ammodernamento delle infrastrutture, bacini per la raccolta della risorsa idrica, nonché per la produzione energetica, ad esempio con il fotovoltaico galleggiante che consente di non mangiare ulteriore suolo agricolo. E poi serve una politica forestale nuova, che coniughi produttività, presidio professionale dei boschi, interventi strutturali di manutenzione del verde, e una rinnovata visione dell’operaio forestale, da valorizzare come “operatore ecosistemico”, con più ruoli, competenze e migliori riconoscimenti sociali ed economici.

Anche gli obiettivi previsti dal Pnrr, le opere finanziate dal Ministero delle Infrastrutture, devono rappresentare opportunità occupazionali per le nostre “tute verdi” e per incentivare nuovi percorsi professionali da contrattare, da sostenere e valorizzare anche individuando profili che sappiano dare risposte ai nuovi fabbisogni consortili e della forestazione.

Sono tematiche, queste, emerse in maniera chiara anche nella nostra fase congressuale appena terminata, intitolata non a caso “Alimenta il futuro: lavoro, partecipazione, sostenibilità”. Sfide che affrontiamo da tempo soprattutto con la buona contrattazione ma anche nell’ambito di diverse nostre campagne sociali.

Pensiamo anzitutto al nostro slogan, Fai Bella l’Italia, un richiamo al nostro acronimo che non è un semplice gioco di parole, ma un monito ad agire concretamente per valorizzare la bellezza dei nostri territori e il contributo che ha sempre portato il presidio umano, con un lavoro che deve essere sicuro, ben retribuito e contrattualizzato, riconosciuto socialmente, valorizzato attraverso formazione e competenze.

Pensiamo poi alle nostre Giornate della Montagna, che svolgiamo ogni anno come occasione di confronto sul grande patrimonio ambientale, antropologico, economico, rappresentato dalle aree rurali, interne e dal territorio montano, che caratterizza il 35% del nostro territorio nazionale.

Infine, pensiamo alla campagna Non c’è cibo senza terra, con cui stiamo chiedendo una legge nazionale contro il consumo di suolo: in Italia, infatti, ogni anno spariscono 70 chilometri quadrati tra cementificazione selvaggia e costruzioni di altro tipo, un dato non più accettabile perché certifica la scomparsa di suolo agricolo, di aree pubbliche, di aree verdi essenziali per assorbire CO2, per prevenire il dissesto idrogeologico, per migliorare qualità e quantità delle produzioni agroalimentari.

Con queste campagne stiamo anche denunciando alcune gravi contraddizioni del sistema economico italiano. Ad esempio, siamo secondi al mondo nel legno arredo, i primi per consumi di legno e pellet come combustibili, ma importiamo l’80% di materia prima forestale, spesso di dubbia provenienza e prodotta con pessimi standard di rispetto dell’ambiente e dei lavoratori. Abbiamo una superficie boschiva di quasi 12 milioni di ettari, il 39% del territorio nazionale, ma utilizziamo il 30% di questa risorsa, mentre la media europea è del 60%: parliamo di energia e filiera del legno, ma le foreste rappresentano molto altro, sono una ricchezza insostituibile per tutto il sistema della montagna, delle aree verdi, della biodiversità.

Ecco perché la leva su cui contare è quella delle “tute verdi”: il lavoro come parte integrante di una visione d’insieme che unisce il ripristino del suolo alla tutela del bosco e del mare, alle sinergie tra le filiere del legno, dell’artigianato, del commercio, dell’energia, del turismo.

È fondamentale, per noi, che questa visione sia inserita in quadro più ampio, coerente, con una politica seria, capace di unire sostenibilità ambientale, sociale ed economica. Anche per questo abbiamo voluto la presenza di Gaia al nostro Congresso nazionale: la famosa installazione artistica di Luke Jerram, fedele riproduzione del pianeta visto dalla Luna, con oltre sette metri di diametro, è servita proprio per rilanciare interrogativi e azioni su questi temi e far riflettere gli oltre mille partecipanti su un rinnovato rapporto tra uomo e ambiente nell’ottica indicata dall’ecologia integrale di Papa Francesco e dall’economia a misura d’uomo proposta dal Manifesto di Assisi, di cui la Fai Cisl è stata tra i primi firmatari.

Davanti ai mutamenti degli ultimi anni, vanno adeguate le politiche, va rimodulata la prevenzione, vanno resi strutturali, e non più emergenziali, quei finanziamenti ai settori che più di tutti gli altri possono contribuire alla cura del territorio e al riequilibrio dei fattori climalteranti. E la forestazione con i Consorzi di bonifica sono i primi tra questi. Non sono settori del passato, non richiedono assistenzialismo, sono bensì settori strategici per dare gambe agli appelli degli scienziati a piantare alberi, a curare le foreste, ad arrestare la desertificazione e contrastare la siccità, che secondo il sistema Copernicus sui cambiamenti climatici ha condotto quest’anno i fiumi europei alla più bassa portata primaverile mai registrata dal 1992.

Senza mai dimenticare che negli ultimi due decenni gli interventi di riqualificazione e ricostruzione resi necessari da disastri ambientali hanno portato via dalle casse pubbliche oltre 25 miliardi. Più di un miliardo di euro l’anno. Soldi dalle nostre tasche. Eppure la prevenzione costerebbe assai meno. E la prevenzione va fatta puntando su programmazione, pianificazione e manutenzione, che iniziano dove si realizzano investimenti sui cantieri forestali e sui bacini idrici, sulla professionalizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici coinvolti, sulla garanzia per loro di una giusta continuità occupazionale, sull’immissione dei giovani nei circuiti dei green jobs. Non mi sembrano ragionamenti bizzarri: non dobbiamo fare altro che prendere atto di queste evidenze e cominciare a fare quel che va fatto.

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