L’urgenza energetica impone scelte rapide: diversificare le forniture verso Algeria ed Emirati è, nel breve periodo, una decisione pragmatica. Nel 2024 l’Italia ha importato oltre il 40% del gas da Paesi extra-UE e, dopo il crollo dei flussi russi, ha dovuto riallocare contratti in tempi record. In questo contesto, assicurarsi volumi certi è necessario per evitare shock su prezzi e industria. Ma fermarsi qui significherebbe limitarsi a gestire l’emergenza senza risolverla.
Il nodo vero è strutturale: l’Italia resta un Paese fortemente dipendente dall’estero per oltre il 70% del proprio fabbisogno energetico. Cambiare fornitore non equivale a cambiare modello. Senza una strategia chiara, il rischio è passare da una dipendenza all’altra, esposti a nuove instabilità geopolitiche e a volatilità dei prezzi che, negli ultimi anni, hanno inciso fino al 3% del PIL in costi energetici aggiuntivi.
Per questo serve un piano energetico credibile, leggibile e misurabile. Un piano che definisca obiettivi, tempi e strumenti: quanto gas ancora, per quanto tempo, e con quale ruolo di transizione; quanta capacità rinnovabile installare ogni anno; quali investimenti in rete e accumuli; quale spazio reale per il nucleare di nuova generazione. Senza numeri e scadenze, ogni proposta resta astratta.
Sul nucleare, il dibattito è spesso ideologico. I piccoli reattori modulari (SMR), ad esempio, potrebbero offrire soluzioni più flessibili, ma i tempi di sviluppo e autorizzazione superano facilmente i 10-15 anni. Se è una prospettiva, va trattata come tale: con studi, localizzazioni e regole definite. Non può essere la risposta immediata alla crisi.
Nel frattempo, la leva più concreta resta quella delle rinnovabili. Nel 2023 l’Italia ha installato circa 5 GW tra fotovoltaico ed eolico, ma per centrare gli obiettivi europei al 2030 servirebbero almeno 8-10 GW l’anno. Il problema non è tecnologico, ma amministrativo: iter autorizzativi che durano anche 5-7 anni, conflitti tra livelli istituzionali, opposizioni locali spesso prive di una visione complessiva.
Eppure il potenziale è evidente. Il solo fotovoltaico su tetti industriali e commerciali potrebbe coprire una quota significativa della domanda elettrica nazionale senza consumo di suolo. Secondo stime ENEA, oltre il 30% delle superfici disponibili è ancora inutilizzato. Qui servono regole semplici: tempi certi, silenzio-assenso effettivo, incentivi stabili e soprattutto chiarezza sullo scambio e sull’autoconsumo. Senza queste garanzie, gli investimenti privati rallentano.
Accanto alle rinnovabili, diventano centrali accumuli e infrastrutture. Senza batterie, pompaggi e reti intelligenti, l’energia prodotta non si integra nel sistema. È qui che si gioca la vera partita della sicurezza energetica, più che nei singoli contratti di fornitura. In sintesi, la direzione è chiara: il gas come ponte, non come destino; rinnovabili accelerate; reti e accumuli come ossatura; nucleare come opzione di lungo periodo. Non interventi frammentati, ma una strategia coerente.
Il punto non è politico ma strategico. Un Paese che dipende paga sempre un prezzo più alto, in bolletta e in sovranità. Servono scelte condivise, perché l’energia non è terreno di scontro, ma condizione di stabilità economica e sociale.

