Dal caldo alla povertà di raffreddamento: una vulnerabilità sempre più diffusa

Immagine creata con ChatGtp

Tra le molteplici forme di disuguaglianza che stanno emergendo in questo momento di clima torrido, una delle più recenti è la cosiddetta povertà di raffreddamento in inglese “cooling poverty“, ovvero una condizione sempre più diffusa a causa dei cambiamenti climatici. Si tratta dell’impossibilità, per una famiglia o una persona, di mantenere la propria abitazione a una temperatura sicura durante i mesi più caldi dell’anno. L’Alleanza contro la Povertà ha già evidenziato, nella sua pubblicazione annuale dello scorso febbraio, come oggi sia necessario parlare di povertà al plurale. Accanto alle forme tradizionali di disagio economico e sociale stanno infatti emergendo nuove vulnerabilità, strettamente connesse alle trasformazioni climatiche, demografiche ed economiche che attraversano il Paese. La povertà di raffreddamento rappresenta il corrispettivo estivo della più nota povertà energetica invernale. Se in passato il problema principale era l’impossibilità di riscaldare adeguatamente la propria abitazione, oggi milioni di persone non dispongono degli strumenti necessari per difendersi dalle ondate di calore sempre più frequenti e intense.

L’accelerazione dei cambiamenti climatici ha modificato profondamente questo scenario. Le temperature medie continuano ad aumentare, le ondate di calore si prolungano, le notti tropicali sono sempre più frequenti e le città registrano il fenomeno delle isole di calore, che rende ancora più difficile il raffrescamento degli ambienti. In questo contesto, i sistemi di climatizzazione che fino a pochi anni fa erano considerati un comfort sono oggi riconosciuti dagli organismi sanitari come strumenti essenziali di prevenzione. L’Organizzazione Mondiale della Sanità e il Ministero della Salute raccomandano infatti di mantenere gli ambienti domestici a temperature adeguate, soprattutto per tutelare le persone più fragili. Il problema è che non tutti possono permetterselo. Le famiglie con redditi bassi, già impegnate a sostenere le spese essenziali per alimentazione, affitto e utenze, difficilmente riescono ad affrontare il costo dell’acquisto, dell’installazione e dell’utilizzo di un climatizzatore. Ai costi iniziali si aggiungono infatti quelli dei consumi elettrici, che rappresentano un ulteriore aggravio economico. Questa difficoltà si inserisce in un quadro più ampio di impoverimento. Sempre più famiglie rinunciano alle spese considerate straordinarie, comprese quelle sanitarie. Le lunghe liste d’attesa del Servizio sanitario pubblico costringono molti cittadini a rivolgersi al settore privato, ma non tutti dispongono delle risorse necessarie per sostenere visite specialistiche ed esami diagnostici. Il rischio è che patologie inizialmente curabili si aggravino, con conseguenze sulla salute delle persone e sul diritto costituzionale alla tutela sanitaria.

La povertà di raffreddamento colpisce soprattutto le categorie più vulnerabili: anziani, persone con disabilità, malati cronici, bambini piccoli, donne in gravidanza, persone senza dimora e famiglie che vivono in abitazioni sovraffollate e prive di un adeguato isolamento termico. Per queste persone l’esposizione prolungata al caldo non rappresenta soltanto un disagio, ma un serio rischio sanitario. Colpi di calore, scompensi cardiovascolari, insufficienze respiratorie, ictus, disidratazione e aggravamento di patologie croniche sono conseguenze ormai ampiamente documentate. Per questo motivo è fondamentale adottare misure di prevenzione, mantenendo una corretta idratazione, limitando l’esposizione al sole nelle ore più calde e garantendo ambienti adeguatamente raffrescati. Esiste però anche una dimensione sociale di questa nuova forma di povertà. Molte persone anziane, per timore del caldo, rinunciano a uscire di casa, riducono le occasioni di incontro e finiscono per vivere una condizione di isolamento ancora più marcata. La povertà di raffreddamento alimenta così nuove forme di esclusione sociale, aggravando fragilità già esistenti.

Occorre inoltre ripensare il modo in cui vengono progettate città e abitazioni. Servono edifici meglio isolati dal punto di vista termico, materiali più efficienti, schermature solari, più aree verdi e una pianificazione urbana capace di mitigare gli effetti delle alte temperature. Sono interventi che migliorano la qualità della vita e riducono anche i consumi energetici. La risposta, tuttavia, non può limitarsi agli interventi tecnici. La povertà di raffreddamento è il sintomo di un problema più profondo: la povertà economica. Milioni di persone vivono in condizioni tali da non poter sostenere spese impreviste, siano esse legate alla salute, all’energia o alla climatizzazione della propria abitazione. Contrastare questa nuova vulnerabilità significa affrontarne le cause strutturali, attraverso politiche stabili, investimenti sociali e misure capaci di garantire dignità, salute e sicurezza. Solo così la crisi climatica non diventerà un ulteriore fattore di crescita delle disuguaglianze.

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