Nel dibattito politico e morale attuale sta emergendo con forza uno scontro simbolico tra due visioni del mondo: da una parte quella del presidente Donald Trump, dall’altra quella di Papa Leone XIV, che si richiama spesso esplicitamente al pensiero di Agostino d’Ippona ed alla sua opera. Oggi, per capire questo contrasto sarebbe utile rileggere “La città di Dio” scritta da Agostino ad Ippona, i cui resti archeologici il papa ha visitato proprio oggi. Per chi ha fretta posso tentare di fare un riassunto velocissimo, come gli appunti nascosti nel polsino prima degli esami di filosofia.
Al centro del confronto di oggi c’è una questione profonda: che cosa rende giusto uno Stato? E soprattutto, quale tipo di “polis” (città; da cui “politica”: costruzione della città) stiamo costruendo oggi?
Secondo la prospettiva agostiniana, a cui il Papa si ispira – ha detto agli amici: posso pure diventare il papa, ma non smetterò di essere un agostiniano – ogni società si fonda su un orientamento fondamentale dell’amore: o verso Dio e il bene comune, oppure verso l’interesse individuale e il potere. Agostino parlava di due città simboliche: la “Città di Dio”, costruita sull’amore per il bene, la giustizia e la solidarietà, e la “città terrena”, dominata dall’egoismo e dalla ricerca del proprio vantaggio.
In questo quadro Papa Leone XIV richiama con forza un principio centrale: uno Stato non può dirsi veramente giusto se non tutela i più deboli, se non promuove equità e se non riconosce limiti morali al proprio potere. Senza questi elementi, il rischio è quello di trasformare la politica in una mera gestione degli interessi, perdendo di vista la dignità della persona. Ed Agostino non ci andava certo leggero sul tema: “Senza la giustizia, che cosa sono gli Stati se non grandi bande di ladri?” (Agostino, La città di Dio, IV.4).
Ora la linea politica associata a Donald Trump, non senza buoni motivi, viene spesso interpretata come centrata solo su: sovranità nazionale, sicurezza e interesse economico. In questa visione, lo Stato tende a privilegiare la forza, l’autonomia e la difesa dei propri confini, talvolta a scapito di una prospettiva universalistica o solidale.
È proprio qui che si inserisce la critica di matrice agostiniana: uno Stato che si regge esclusivamente sull’interesse, anche se efficiente o potente nel breve periodo, rischia di somigliare a ciò che Agostino definiva una “grande banda di ladri”, se manca di giustizia autentica. Non basta l’ordine, non basta la prosperità: senza equità e attenzione ai più fragili, non si costruisce la “Città di Dio”, ma una società chiusa nell’“amor sui”, l’amore egoistico di sé. E per questo motivo, secondo Agostino, il pur potentissimo Impero Romano, era giunto al suo crollo.
Questo confronto non è solo teorico. Tocca temi concreti e attuali: immigrazione, disuguaglianze economiche, diritti sociali, ruolo dello Stato nel proteggere i vulnerabili. Da una parte una visione più identitaria e pragmatica, dall’altra una visione etica e universale che richiama responsabilità morali più ampie. La domanda che ne emerge resta aperta e attuale: il progresso di una nazione si misura solo in termini di potere e ricchezza, oppure nella capacità di costruire una comunità giusta, capace di includere e proteggere tutti?
La riflessione si approfondisce ulteriormente quando si considera il rapporto tra valori, costruzione della comunità e dimensione politica, fino ad arrivare al livello dei rapporti tra Stati e delle dinamiche internazionali. Se è vero che non si costruisce la Città di Dio smarrendo determinati valori fondamentali, è altrettanto vero che non si può pensare di edificare uno “stato di Dio” o un “mondo di Dio” ignorando le stesse radici etiche nelle relazioni tra i popoli.
La guerra rappresenta il punto più evidente di questa contraddizione. Essa nasce spesso da interessi, paure, volontà di potere o incapacità di dialogo, e finisce per negare radicalmente quei principi di dignità, giustizia e fraternità che dovrebbero invece costituire il fondamento di ogni convivenza autenticamente umana. Quando la logica del conflitto prevale su quella della relazione, si perde di vista non solo l’altro, ma anche il senso stesso del bene comune.
Allo stesso modo, la gestione dei rapporti interstatali e internazionali non può ridursi a un semplice equilibrio di forze o a strategie di convenienza. Se manca un riferimento a valori condivisi — come il rispetto della persona, la solidarietà tra i popoli, la ricerca della pace — anche le istituzioni più strutturate rischiano di diventare strumenti vuoti, incapaci di generare vera giustizia. La diplomazia, in questo senso, non dovrebbe essere solo arte del compromesso, ma anche esercizio di responsabilità morale.
Costruire un ordine internazionale giusto implica dunque molto più che stipulare trattati o evitare conflitti aperti: significa promuovere una cultura della pace, del dialogo e della cooperazione. Significa riconoscere che ogni popolo è parte di una comunità più ampia e che il destino dell’uno è legato a quello degli altri.
In questa prospettiva, l’idea della “città di Dio” non resta confinata a una dimensione spirituale o individuale, ma interpella concretamente anche la realtà storica e politica. Non si tratta di imporre un modello religioso allo Stato, non c’è niente di più distante nella visione culturale di Leone XIV della teocrazia, la conduzione del potere statale da parte delle autorità religiose. Basta notare che ha scelto un nome che lo lega a Papa Leone XIII, il papa della “Rerum Novarum”! Ciò che sta a cuore al Leone agostiniano, è di riconoscere che senza verità, giustizia e amore — valori che trascendono il mero interesse — nessuna costruzione umana può dirsi pienamente compiuta.
Per questo, così come una comunità perde la propria anima quando rinuncia ai suoi principi fondamentali, anche il mondo nel suo insieme rischia di smarrirsi quando le relazioni tra Stati si fondano esclusivamente su calcolo e dominio. Non si costruisce un mondo giusto senza pace, e non si costruisce la pace senza valori. In definitiva, non si costruisce il “mondo di Dio per tutti gli uomini” se si tradiscono quelle stesse radici che dovrebbero sostenerlo.

