Il 6 luglio scorso, le Nazioni Unite hanno organizzato un meeting al quale sono stati invitati a partecipare governi, aziende tecnologiche, mondo accademico, società civile e comunità tecnica: tema dell’incontro l’intelligenza artificiale. “L’IA sta avanzando a velocità incontrollabili. La domanda è se la governeremo insieme o se lasceremo che sia lei a governare noi”, ha dichiarato il Segretario Generale dell’ONU, António Guterres.
Intelligenza artificiale e consumi idrici sono legati a filo doppio. Se, da un lato, il settore dei grandi centri di calcolo e, in particolare, quelli legati all’IA, sono accusati di consumare quantità d’acqua enormi (un solo centro avrebbe bisogno di acqua quanto una città) dall’altro, proprio l’IA potrebbe aiutare a ridurre i consumi e gli sprechi di acqua potabile fornendo soluzioni a problemi atavici. Il settore idrico sta attraversando una rapida trasformazione digitale, guidata dalla crescente disponibilità di sensori, contatori intelligenti, sistemi SCADA e dati operativi. Man mano che le utility assumono sempre più informazioni, l’intelligenza artificiale conferma di essere fondamentale per il monitoraggio, la previsione, il rilevamento di anomalie, la gestione degli asset e il processo decisionale operativo.
“Questo Dialogo Globale non riguarda solo la regolamentazione di una tecnologia. Si tratta di definire una visione condivisa in cui il progresso tecnologico va di pari passo con la dignità umana, l’equità e lo sviluppo sostenibile”, ha aggiunto Annalena Baerbock, presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. “Se governata in modo responsabile e collettivo, l’IA ha il potenziale per accelerare i progressi in quasi tutti gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, offrendo nuovi strumenti potenti in sanità, istruzione, ricerca scientifica, preparazione ai disastri e agricoltura”.
Due dei 17 Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile (il 6 e il 14) sono espressamente dedicati a temi riguardanti l’acqua. Interessanti soprattutto i sotto-obiettivi della misura 6. Si parla di migliorare entro il 2030 la qualità dell’acqua eliminando le discariche, riducendo l’inquinamento, e ridurre il rilascio di prodotti chimici e scorie pericolose. Di dimezzare la quantità di acque reflue non trattate e di aumentare considerevolmente il riciclaggio e il reimpiego sicuro a livello globale. Di migliorare l’efficienza degli impianti in ogni settore e garantire approvvigionamenti e forniture sostenibili di acqua potabile per fronteggiare la carenza idrica riducendo considerevolmente il numero di persone colpite. Di implementare una cooperazione transfrontaliera per la gestione delle risorse idriche e di proteggere e risanare gli ecosistemi legati all’acqua. Belle parole. Peccato che a dieci anni esatti dall’inizio dei lavori (la ricorrenza cadrà il prossimo mese di settembre) è evidente che molti di questi traguardi non potranno essere raggiunti.
Nonostante siano trascorsi dieci anni dal lancio di questi obiettivi, sono ancora molte le questioni irrisolte legate alla trasparenza, all’affidabilità e all’adozione pratica dei sistemi di gestione delle risorse idriche. Per questo molti pensano che sarebbe importante definire approcci innovativi basati su dati e applicazioni di machine learning e processi di IA per rendere le comunità in grado di far fronte alle criticità immediate.
Come quelle legate a El Niño e a La Niña. Il primo, in particolare, rappresenta la fase calda del ciclo El Niño-Southern Oscillation (Enso): un’oscillazione climatica periodica che causa variazioni delle temperature superficiali dell’Oceano Pacifico equatoriale e delle pressioni atmosferiche. Il suo opposto è La Niña, che raffredda le acque. El Niño si verifica periodicamente, ogni due/sette anni, e dura circa nove/dodici mesi alterando i pattern meteorologici globali rilasciando calore dall’oceano all’atmosfera, intensificando eventi estremi come heatwaves (ondate di caldo) e causando siccità in alcune regioni. Da sottolineare che questi eventi ciclici si aggiungono ai trend di innalzamento delle temperature medie. Per comprendere quanto, basta leggere i numeri. Come quelli relativi agli USA.
Nel 2025, il Drought Impact Reporter ha pubblicato centinaia di report (solo riguardanti gli Stati Uniti d’America): complessivamente sono stati segnalati 1.362 eventi a livello statale, più 18.672 a livello locale e 1.044 a livello urbano. La maggior parte riguarda proprio l’accesso alle riserve di acqua dolce (18% circa), all’agricoltura (18,9%) e dell’ambiente (18,8%). Notevole anche l’aumento degli incendi (9%, sempre più frequenti e devastanti) e i danni alla salute delle persone (hanno riguardato il 6,6% degli eventi registrati). La siccità ha colpito soprattutto l’Ovest degli Stati Uniti – Arizona, Nevada, New Mexico, California, Oregon, Colorado, Wyoming, Utah, Montana, Idaho, Nebraska, Oklahoma e Texas – e causato danni per miliardi di dollari, secondo Climate Central, responsabile della rendicontazione dei disastri meteorologici e climatici. Ad aprile dello scorso anno, venti estremi e siccità hanno creato condizioni disastrose per le coltivazioni di grano in alcune pianure meridionali degli USA, nel Sud del Texas e nel Blackland (Texas Farm Bureau). Anche il Kansas occidentale ha mostrato segni di stress da siccità (Dodge Globe). L’8 aprile 2025, il Dipartimento di Ecologia di Washington ha prorogato lo stato di emergenza per siccità per il terzo anno consecutivo. Nel New Mexico, la governatrice Michelle Lujan Grisham ha dichiarato lo stato di emergenza a causa della siccità e dei gravi rischi di incendio (governatrice del New Mexico Michelle Lujan Grisham). Questa situazione è destinata a peggiorare nei prossimi mesi (anzi nelle prossime settimane) proprio a causa di El Niño.
A lanciare l’allarme (ma chi ascolta più i loro appelli?) è stata l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Clima. Come avvenuto nel 2023, si prevede che tra la fine del 2026 e i primi mesi del 2027, El Niño intensificherà le ondate di calore e prolungherà i periodi di siccità. Gli effetti più rilevanti riguarderanno soprattutto alcune zone dell’Africa: da settembre a dicembre 2026 sono previste precipitazioni sotto la media in Etiopia e in altri paesi del Corno d’Africa. Elevato il rischio di scarse precipitazioni anche per altre zone dell’Africa meridionale. Situazione critica anche per molti paesi dell’America meridionale e, ovviamente, per l’Europa. Qui, gli esperti prevedono quantità di pioggia sotto la media e periodi di caldo estremo con conseguente aumento dell’evaporazione dei bacini idrici e riduzione delle risorse idriche disponibili. Nel 2026, si prevede che El Niño causerà danni rilevanti in molte regioni italiane, ma soprattutto in Sicilia e nelle regioni del meridione d’Italia. Secondo gli esperti, in Sardegna e Sicilia le precipitazioni potrebbero ridursi del 50%. Ondate di calore e periodi di siccità che avranno effetti deleteri sui bacini idrici, sull’economia e sulla salute pubblica. Per alcune regioni, come la Sicilia, questo significherà danni a diversi settori come l’agricoltura, gli allevamenti e il turismo e maggiore vulnerabilità a eventi estremi. Tutti fenomeni noti ai meteorologi (che studiano El Nino da oltre un secolo: dal 1923) ma confermati anche dall’IA (che ha previsto un aumento delle temperature medie di oltre 0,2°C in un solo anno!).
Ma non basta. Gli ultimi rapporti dell’IPCC prevedono che eventi estremi come El Niño potrebbero diventare sempre più frequenti, anche se non è facile definire il rapporto che esiste tra cambiamenti climatici e attività umane. Ma se è difficile trovare un rapporto di causa ed effetto tra El Niño e l’azione dell’uomo, è più che certo che tutto questo avrà conseguenze notevoli sulle scelte di milioni di persone e sulla loro sopravvivenza. Quindi, sarebbe bene farsi trovare pronti e predisporre misure adeguate a tutti i livelli (locale, nazionale e internazionale). Invece, stranamente, di tutto questo non sembra importare nulla a chi gestisce la cosa comune.

