Cosa dicono gli studi internazionali sul long Covid

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Un errore da non commettere in termini di politica sanitaria è sottovalutare il Long Covid. Per questo gli studi internazionali si stanno focalizzando sull’individuazione della durata dei sintomi dopo che il paziente è diventato negativo.

La durata nel tempo del Long Covid, è stata oggetto di uno studio condotto in Lombardia (Mannucci P.M. e altri), che ha valutato la persistenza e la durata dei sintomi osservati dopo la prima ondata pandemica avvenuta nel 2020. I dati indicano che la condizione di post-Covid è risultata essere poco rilevante trascorsi i primi sei mesi dopo la negativizzazione del tampone bio-molecolare. Questo studio italiano per quanto completo ed interessante, ha considerato solo gli eventi oggettivi, vale a dire: l’ospedalizzazione, la morte, gli accessi in pronto soccorso o in ambulatorio e non la presenza di sintomi soggettivi quali: stanchezza, ansietà, depressione, ecc. Questo particolare aspetto potrebbe spiegare la differenza di risultati rispetto ad uno studio recente, condotto a Wuhan in Cina (Huang L. e altri), nel quale emerge invece una durata di sintomi fino a due anni dall’evento acuto.

Dopo il via libera dell’Agenzia europea dei medicinali (Ema) e di quella italiana del farmaco (Aifa) è stata pubblicata una circolare del nostro ministero della Salute che ha indicato chi può ricevere in maniera prioritaria la somministrazione del vaccino bivalente aggiornato per Omicron 1. Questo vaccino può essere dato come secondo richiamo a quanti hanno completato la vaccinazione primaria e abbiano ricevuto il primo richiamo di vaccino, cioè ai fragili per età e per patologie sottostanti ed anche agli operatori sanitari, alle donne in gravidanza ed a quanti lavorano o risiedono nelle residenze assistite. Inoltre, può essere somministrato ai soggetti al di sopra dei 12 anni che abbiano completato la vaccinazione primaria con due dosi. Questa vaccinazione può anche essere estesa, secondo il comunicato Aifa, a chi la vuole effettuare ed a quanti venga loro consigliata dal medico di famiglia.

Quest’approccio vaccinale, di un richiamo con un vaccino aggiornato su base annuale, ricorda molto la strategia che viene comunemente messa in atto per la prevenzione dell’influenza ed ha l’obbiettivo, non tanto di contrastare l’infezione, ma quello di ridurre le forme gravi di malattia nei soggetti a maggior rischio. L’evidente sproporzione della copertura vaccinale esistente a livello mondiale ha sicuramente influenzato la mortalità per Covid. La vaccinazione anti SARS-CoV-2 presenta numeri impressionanti, infatti, tra l’8 dicembre 2020 e l’8 dicembre 2021, primo anno di vaccinazione per Covid, sono state somministrate 8 miliardi e 330 milioni di dosi a 4 miliardi e 360 milioni di persone in tutto il mondo. Per comprendere l’impatto della vaccinazione si è disegnato un modello matematico (Watson O.J e altri) volto a valutare il ruolo che questa ha avuto sulla mortalità, osservati in 185 paesi. Dai risultati ottenuti risulta in maniera inequivocabile che la vaccinazione ha prevenuto oltre 14 milioni di morti e questo numero potrebbero aumentare a quasi 20 milioni, se si considera come parametro di valutazione l’eccesso di mortalità. Questo positivo effetto è stato osservato anche nei paesi a risorse limitate, dove è stato prevenuto il 41% di eccesso di mortalità ed anche in questo caso il risultato sarebbe stato migliore se la vaccinazione fosse stata eseguita in maniera più rilevante. Da questi numeri risulta più che evidente che la vaccinazione anti Covid ha di fatto influenzato in senso positivo il decorso della pandemia, salvando milioni di vite umane in tutto il mondo, anche se il risultato sarebbe stato migliore se ci fosse stata una maggiore copertura nei paesi a risorse limitate.

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