Come la comunità internazionale può immaginare un ordine basato sul diritto

Comunità internazionale. Foto © Vladislav Klapin da Unsplash.

C’è una narrazione comoda, quasi consolatoria, che accompagna ogni nuovo conflitto: l’idea che tutto esploda all’improvviso. Ma non è così. Non lo è oggi, con la guerra che coinvolge l’Iran, e non lo è mai stato. Le avvisaglie c’erano, stratificate negli anni, visibili a chiunque avesse voluto guardare senza cedere alla distrazione o, peggio, all’indulgenza.

Perché la destabilizzazione del Medio Oriente non nasce ieri. È il prodotto di una strategia lunga, paziente, costruita attraverso l’uso sistematico di milizie sciite finanziate, addestrate e armate da Teheran. Il Libano ne è stato il laboratorio più evidente: Hezbollah ha progressivamente svuotato lo Stato, infiltrando istituzioni, esercito, società civile, fino a spezzare quell’equilibrio fragile ma reale che aveva garantito convivenza e ricostruzione dopo anni di guerra. Non è un dettaglio che Leone XIV, proprio nel “paese dei cedri”, abbia richiamato la necessità di “ricucire le fratture prima che diventino destino”, indicando nella cooperazione tra le fedi abramitiche una via concreta e non simbolica per la stabilità.

Lo stesso schema si è ripetuto altrove. Gli Houthi in Yemen, padroni di territori strategici e protagonisti di azioni che hanno compromesso la sicurezza dei traffici nel Mar Rosso. Hamas a Gaza, sostenuta e armata anche per delegittimare l’autorità palestinese e alimentare un conflitto permanente con Israele. Una trama coerente, mai realmente contrastata con decisione, nonostante violazioni evidenti del diritto internazionale e delle risoluzioni ONU. È da qui che si arriva alla guerra: non da un evento isolato, ma da una sequenza ignorata.

Questo non significa, e non può significare, giustificare il conflitto. Significa, piuttosto, rifiutare il doppiopesismo e la perdita di memoria. Leone XIV ha ammonito con chiarezza: “La pace non sopravvive dove la verità viene selezionata”, un richiamo diretto alla necessità di uno sguardo integro, capace di tenere insieme responsabilità diverse senza piegarle a convenienze politiche.

Eppure, proprio le istituzioni chiamate a garantire questo equilibrio hanno mostrato tutta la loro fragilità. L’ONU, paralizzata dal diritto di veto, ha progressivamente rinunciato al proprio ruolo. Gli Stati Uniti, consentendo decisioni militari senza un pieno coinvolgimento parlamentare, hanno finito per assomigliare a quei sistemi che dichiarano di voler contrastare. È una deriva che indebolisce la legittimità internazionale e alimenta una pericolosa simmetria tra democrazie e autocrazie.

Nel frattempo, l’Europa — insieme a Canada e Regno Unito — ha scelto la cautela, rifiutando un allineamento automatico. Una posizione che non è debolezza ma consapevolezza: non si costruisce la pace inseguendo decisioni unilaterali, soprattutto quando queste le ignorano gli stessi alleati. Leone XIV ha parlato di “responsabilità condivisa come unico argine al caos”, indicando implicitamente la necessità di ricostruire un ordine multilaterale credibile.

La domanda resta aperta: come si esce da questo focolaio? La risposta non può che passare dal recupero della legalità internazionale. Non come formula retorica, ma come pratica concreta. Serve rilanciare il ruolo dell’ONU, restituirgli centralità attraverso un confronto vero, anche duro, tra le potenze. Serve sostenere il popolo iraniano, che chiede libertà e diritti, distinguendo nettamente tra regime e società.

La pace, del resto, non è un dato acquisito. “Evapora quando i conflitti vengono lasciati marcire”, ha ricordato Leone XIV, e quando vengono poi strumentalizzati da leader che prosperano sul disordine. La storia lo insegna: gli imbonitori e i tiranni non sono un’eccezione, ma una costante. Sta alla comunità internazionale — se vuole ancora definirsi tale — decidere se continuare a subirli o tornare a governare i processi. In questo passaggio si gioca tutto. Non solo la fine di una guerra, ma la possibilità stessa di immaginare un ordine che non sia fondato sulla forza, bensì sul diritto.

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