Come dare risposte all’emergenza dei salari poveri

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Ormai è acclarato: i lavoratori italiani sono l’ultima ruota del carro tra i lavoratori dei paesi aderenti all’Ocse, l’organizzazione delle nazioni più industrializzate del mondo. Se i dati riferiti agli ultimi 30 anni segnalano che Germania e Francia in questo lungo periodo hanno visto crescere rispettivamente quasi il 34% i primi, e più 31% i nostri cugini d’Oltralpe. Ma in Italia i salari sono andati in decrescita, cioè a meno 2,9%; unico caso nel mondo industrializzato.

Questi dati essenziali segnalano che i paesi storicamente sviluppati e quelli in via di sviluppo hanno visto tutti i redditi crescere; chi consistentemente come quelli che in questo trentennio si sono fatti largo nella partecipazione alla divisione internazionale del lavoro, chi nel mercato mondiale era già storicamente forte. Sono cresciuti persino i salari spagnoli distanziandoci di circa il 10% in più, e nonostante i guai numerosissimi da cui hanno dovuto affrancarsi in questi ultimi decenni, ed in assenza di un apparato industriale e di terziario avanzato pari a quello nostro. Dunque una débâcle che però ci racconta in modo eloquente il fallimento dell’intera classe dirigente della cosiddetta “seconda repubblica”, dedita ad una contesa elettorale senza fine condotta a suon di indicazioni accattivanti sconclusionate, in un clima di ognuno contro tutti, sviluppando così patologie di cui alcune croniche.

Come accade in circostanze simili, si sono fatti largo gli imbonitori del populismo, che hanno aggravato ed esasperato gli errori e le distorsioni precedenti. Insomma, per dirla con le pasquinate che prendevano di mira i signori della Roma del Seicento accusati di fare persino peggio degli invasori barbari: “Quod non fecerunt barbari, fecerunt barberini”.

In queste ore il Ministro del lavoro fa sapere di auspicare un accordo con le parti sociali per l’emergenza stipendi; e però farebbe bene prima a concordare i particolari necessari con Draghi. Ad esempio il ministro Orlando che si lamenta della crescita dei lavoratori poveri, vittime di contratti precari con bassissimi salari, sicuramente non potrà trovare soluzione per costoro adottando il salario minimo come dice. Se vuole invece trovare nuove strade, prenda spunto dall’accordo individuato in Spagna tra sindacati, imprese e ministra del lavoro Yolanda Diaz.

L’accordo ha capovolto la logica preesistente come si dovrebbe in Italia. L’uovo di Colombo è stato semplicemente pagare di più i rapporti di lavoro brevi precari, rispetto agli altri contratti a tempo indeterminato. Tant’è che in Spagna dopo qualche mese i precari sono soddisfatti, e sono cresciuti i rapporti a tempo indeterminato, non potendo le imprese più speculare su forme precarie. In Italia  sinora è  accaduto l’esatto opposto con i rapporti di lavoro determinati, part time, e quant’altro è stato inventato nell’area della parasubordinazione.

I vantaggi sarebbero: attenuare l’area dei working poor; ottenere maggiore disponibilità per i lavori brevi e manuali; comprimere il ricorso alle precarietà solo perché costano meno; favorire l’aumento dei rapporti stabili. Allora se si riconosce davvero l’emergenza salari poveri, si pratichi salari più alti anche attraverso aliquote fiscali bassissime per questi lavoratori. Ecco capovolgere la logica sinora utilizzata potrà essere utile per i lavoratori a basso reddito, evitando peraltro loro la fregatura di stabilire per legge 9 euro lordi che corrispondono ai circa 5 che prenderebbero netti, datosi che occorrerà coprire i costi di tasse, previdenza pubblica e complementare, tfr, tredicesima, sanità integrativa, oltre a minori tutele contrattuali, ponendoli così  ancor più ai margini del lavoro decente.

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