È vero: in democrazia il voto è decisivo. Ma fermarsi al risultato senza interrogarsi sul contesto che lo genera significa non comprendere una deriva che da tempo indebolisce la qualità della vita democratica. Anche l’ultimo referendum conferma una tendenza ormai strutturale: lo svuotamento dell’istituto referendario, travolto da un’eccessiva politicizzazione. Non è più lo strumento diretto con cui i cittadini si esprimono su una questione precisa, ma un terreno di scontro tra schieramenti. Il merito, la conferma o la modifica di una legge, passa in secondo piano, mentre il bipolarismo esasperato trasforma ogni quesito in una prova di forza. Così il contenuto scompare. Il voto si orienta su appartenenze e avversioni più che su valutazioni consapevoli. I temi vengono semplificati e talvolta deformati, e il risultato intercetta paure e umori, non scelte ponderate.
Questa degenerazione affonda le sue radici in un progressivo indebolimento della partecipazione. La dottrina sociale della Chiesa richiama con forza il valore della partecipazione e della sussidiarietà come condizioni essenziali di una democrazia autentica. Quando questi principi si indeboliscono, il potere tende a concentrarsi e la libertà si svuota. I corpi intermedi — associazioni, sindacati, realtà civiche — dovrebbero essere luoghi di formazione del giudizio e di mediazione sociale. Oggi invece sono spesso marginalizzati o assorbiti nella logica dei partiti. Si spezza così il legame tra società e istituzioni. In questo vuoto prospera il populismo, che semplifica e polarizza. I precedenti lo dimostrano: dal referendum sul nucleare, a quello costituzionale del 2016, fino alla riduzione dei parlamentari nel 2020. Scelte diverse, ma accomunate dalla prevalenza dell’emotività sul discernimento.
Non è in discussione la capacità dei cittadini, ma il contesto in cui sono chiamati a decidere. Senza partecipazione reale e informazione libera, le scelte risultano inevitabilmente condizionate. Per questo è decisivo ripristinare la partecipazione. La democrazia vive solo se sostenuta da una società attiva e responsabile, capace di esprimere un giudizio libero e consapevole. In questa prospettiva è necessaria anche una riforma delle regole. Le leggi elettorali hanno sottratto ai cittadini la scelta dei rappresentanti, concentrando il potere nei vertici dei partiti.
Restituire agli elettori la possibilità di scegliere — anche attraverso un sistema proporzionale con preferenze — significa contrastare la deriva oligarchica e ricostruire fiducia. Senza questo recupero, gli strumenti democratici continueranno a essere deviati. E il rischio è più profondo: non solo il referendum, ma la democrazia stessa può essere trascinata in una spirale di sfiducia e contrapposizioni. La via d’uscita non è ridurre la partecipazione, ma rigenerarla. Solo così il voto tornerà a essere una scelta consapevole orientata al bene comune.

