I prossimi cinque anni, determinanti per il futuro dell’Italia

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Il nuovo clima inaugurato da Mario Draghi nel rapporto con le parti sociali è un segno positivo importante per il ripristino della cultura della collaborazione tra le istituzioni, grandi associazioni e politica. Sono stati tanti gli esempi ed i fatti che negli anni sono stati indirizzati sostanzialmente contro la intermediazione sociale, e questo è accaduto almeno per due ragioni: la politica ha spinto in tale direzione nel tentativo di surrogare compiti e spazi nella società dei corpi intermedi, per rimediare al proprio indebolimento a causa dei fattori internazionali e nazionali e dunque fagocitando le presenze vive del sociale; l’espandersi dei movimenti populisti che per propria natura considerano i soggetti organizzati un ostacolo alla loro espansione, che hanno reso ancora più cruda e cinica queste tendenze già presenti nelle dinamiche sociali e politiche degli anni trascorsi.

Questo avvio di cambiamento spinto dal Presidente del Consiglio non è nuovo nella esperienza storica vissuta nei decenni passati. Infatti in ogni momento decisivo per le sorti del paese della nostra storia contemporanea, gli Esecutivi diretti da forti personalità, hanno sempre voluto  “patti” tra governi e parti sociali, come obiettivi principali  per ottenere il clima necessario di forte coesione sociale in grado di fare da argine nei confronti delle speculazioni interne ed internazionali, di scoraggiare azioni di disturbo delle opposizioni politiche o addirittura differenziazioni presenti nella stessa maggioranza politica, che come si sa possono fortemente indebolire l’azione di un governo rispetto a gravi prove ed emergenze da affrontare.

È accaduto negli anni Ottanta con il Governo Craxi per arginare l’inflazione, nel 1993 con Azeglio Ciampi per la politica dei redditi, all’inizio del nuovo secolo con Giuliano Amato, con Berlusconi qualche anno dopo, ed ora comincia a prendere forma il patto di Mario Draghi. Il quinquennio che ci aspetta sarà determinante per l’Italia, ed è essenziale avere le forze sociali e politiche unite in un unico sforzo per rilanciare lo sviluppo disponendo finalmente di grandi risorse. Abbiamo bisogno di rivisitare con energia i nostri gangli vitali della economia, delle amministrazioni pubbliche centrali e locali, pur di ripristinare i fattori utili al rilancio del paese.

In tal senso, bene ha fatto la Cisl ad insistere per ottenere luoghi di verifica per la buona gestione del PNRR, e per un patto che possa garantire sicurezza nel lavoro, sicurezza per la stabilità dei posti di lavoro, garanzia del buon governo della spesa pubblica orientata produttivamente. L’idea è che solo un esteso e positivo clima nel paese si potrà ottenere il rispetto delle realtà del lavoro per farcela tutti insieme. Per andare in tale direzione, non occorrono intralci al dialogo con inutili e dannose proposte come quelle riferibili al “salario minimo” da stabilire per legge. Si è detto e ridetto che in Italia è ben salda una contrattazione collettiva nazionale che dal Dopoguerra ha garantito e garantisce i lavoratori di ogni territorio e di settore, come non avviene in nessuna altra parte d’Europa. È il risultato di un impegno continuo e rinnovato nei decenni delle confederazioni dei lavoratori e delle imprese che così hanno ben consolidato tradizione e sistemi di efficienti di regolazione ben accettate è rafforzato da una giurisprudenza consolidata che non dà adito a confusione ed a inefficienze.

Dunque, perché andare verso una involuzione che delegittima le forze sociali da un loro compito primario? Ed invece è proprio il caso di ripristinare il clima virtuoso della divisione dei compiti tra i soggetti tutti della Democrazia italiana per un salto in avanti di responsabilità e coesione, importanti punti di forza per chi vuole fare del PNRR la leva di cambiamento del Paese. Ecco, il patto sociale è quello che ci vuole per riaffilare compiti ad ogni soggetto istituzionale e sociale per il bene del Paese.

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