La nostra fede nasce dall’incontro con Cristo, che si è chinato sulla nostra povertà, per guarirci e donarci una natura celeste, quella che consente ad ognuno di noi di amare il prossimo, di compiere lo Shemà che il dottore della legge recita a Gesù: perché, sperimentato in questo incontro la misericordia del Signore, non potremo non amare il prossimo, rimanere indifferenti al suo dolore, fermarci a giudicare i suoi sbagli.
Infatti, “Secondo l’antico commento di un presbitero, l’uomo che discendeva rappresenta Adamo, Gerusalemme il paradiso, Gerico il mondo, i briganti le potenze nemiche, il sacerdote la legge, il levita i profeti e il samaritano il Cristo. Le ferite riportate sono la disobbedienza, la cavalcatura il corpo del Signore, il ‘Pandochium’ – cioè, l’albergo aperto a tutti coloro che vogliono entrare – raffigura infine la Chiesa. Inoltre, i due denari rappresentano il Padre e il Figlio, l’albergatore il capo della Chiesa incaricato di reggerla, e finalmente la promessa fatta dal samaritano di ritornare raffigura il Secondo Avvento del Salvatore” (così Origene, Omelie su Luca, 34).
Non si tratta quindi soltanto della guarigione dalla malattia, dai dolori fisici o dalle altre difficoltà materiali, ma soprattutto dalla più grande sofferenza che l’uomo possa avere nella vita: la schiavitù del peccato. Il samaritano, Cristo, si è chinato su di noi quando, allontanandoci da Lui, abbiamo percorso strade sbagliate; ci ha curato e guarito, perché potessimo divenire anche noi il buon Samaritano verso il nostro prossimo.
La carità più grande che possiamo avere per i nostri fratelli, infatti, è annunciare che esiste questo Amore, come hanno fatto i settantadue inviati da Gesù nel brano del Vangelo precedente che abbiamo ascoltato domenica scorsa: annunciare che c’è una via di salvezza che Cristo offre a tutti, anche a chi ha più sbagliato nelle strade della sua vita, perché da Lui possiamo ricevere la vera guarigione, quella del nostro cuore.

