Conservo i luminosi ricordi degli incontri tra don Oreste Benzi e il cardinale Ruini. C’era sempre una giovialità e una naturale sintonia nel valorizzare il lato migliore delle persone soprattutto coloro che si trovavano nella prova della malattia, della dipendenza, nella perdita di senso. Li vedevo intendersi con un’occhiata, trovare una soluzione ad un problema complesso con un sorriso di intesa nella certezza che dall’alto sarebbe arrivato l’aiuto risolutivo. Quando ricordava il Giubileo del 1950 gli brillavano gli occhi. In quei momenti il fine teologo, il cardinale che si è speso al servizio dei papi e della comunità tornava il giovane sceso dall’Emilia animato dall’entusiasmo della fede. Così i fili della memoria riannodavano il presente al primo impatto con Roma da seminarista durante l’Anno Santo che rilanciò l’umanità dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale.
Nel succedersi delle epoche Camillo Ruini ha ricoperto gli incarichi più delicati all’interno della Chiesa universale, ha ricevuto la piena fiducia dei pontefici ma era interiormente rimasto animato dalla convinzione e dall’approccio positivo che lo aveva condotto sette decenni fa nella città eterna. Nell’omelia dei funerali nella basilica vaticana Leone XIV gli ha reso omaggio come “pastore saggio e sollecito” a cui la Chiesa italiana e la diocesi di Roma devono “moltissimo”. Sulla bara di legno è stato posto un Vangelo aperto e il Papa ha affidato “alla misericordia del Signore” il “fratello” che “per molti anni ha servito la Chiesa svolgendo con la stessa dedizione sia gli incarichi più umili sia quelli più gravidi di responsabilità”. Come sacerdote, vescovo e porporato. A lui si devono intuizioni e iniziative che hanno lasciato un segno profondo come il “Progetto culturale”. Ma più di tutto colpisce il gesto umile e umanissimo di voler essere sepolto accanto ai suoi genitori nel cimitero di Dinazzano, laddove in provincia di Reggio Emilia, sua diocesi natale, aveva custodito le radici degli affetti e dei ricordi.
Alle responsabilità al vertice della Chiesa universale ha sempre affiancato la cura per i rapporti personali nella certezza che Dio si capisce guardando negli occhi il prossimo. Ha guidato la Cei dal 1991 al 2007, poi ha presieduto il comitato nazionale dei vescovi per il Progetto culturale, la commissione internazionale per Medjugorje e il comitato scientifico della fondazione vaticana Joseph Ratzinger-Benedetto XVI. Fino all’ultimo è intervenuto nel dibattito pubblico nazionale e mondiale: “Nel nuovo disordine mondiale il diritto della forza sembra ormai prevalere sulla forza del diritto – è il suo testamento di impegno civile e spirituale -. L’orrore in Palestina ha superato ogni limite. Quanto sta accadendo a Gaza eccede ogni possibilità di umana comprensione. Serve un moto collettivo che, includendo il riconoscimento della Palestina, spinga a convincere gli Usa e a costringere Israele a trovare una qualche forma di accordo”. Apprezzava il coraggio con cui Leone XIV ha dato razionalmente voce a un’istanza etica globale. “Non si può pensare a rimuovere con la forza un popolo dalla propria terra né a una punizione collettiva. La guerra è sempre la sconfitta di tutti”, sosteneva il cardinale Ruini.
Del Giubileo del 2000 conservava “un ricordo luminoso: un’ondata travolgente di entusiasmo e partecipazione da parte di una generazione che qualcuno descriveva come apatica e disimpegnata. Nessuno si aspettava di sfiorare i due milioni di partecipanti. Senza esagerare, si può dire che fu davvero un segnale epocale”. In quei giovani si riconosceva. E amava ricordare: “Il mio primo Anno Santo fu quello del 1950. Ero arrivato a Roma da Reggio Emilia per studiare e il segretario del Giubileo era il futuro cardinale, e mio concittadino, Sergio Pignedoli. Mi conosceva e mi chiamava a partecipare agli eventi giubilari in programma. Fu un’emozione fortissima“.

