Siamo nel pieno dell’inverno e milioni di famiglie italiane guardano con sgomento le bollette dell’energia e, in particolare, quelle del gas per il riscaldamento. Costi esorbitanti, spesso insostenibili, che pesano come un macigno sui bilanci familiari e su quelli delle imprese. Ma sarebbe un errore liquidare questa situazione come il frutto di eventi imprevedibili o di una sfortunata congiuntura internazionale. La verità è più scomoda: questi costi sono il risultato di anni di mancanza di buon senso, di programmazione e di scelte poco lungimiranti.
Basta guardare a un Paese culturalmente e socialmente vicino al nostro, come la Spagna. I dati – che meritano di essere richiamati con precisione – mostrano che il costo dell’energia per famiglie e imprese è mediamente quasi la metà rispetto a quello sostenuto in Italia. Non per miracolo, ma per decisioni strategiche prese nel tempo. La Spagna non ha rinunciato al nucleare. L’Italia sì. E questo nonostante sia una potenza industriale, a differenza della Spagna, e avrebbe avuto tutto l’interesse a garantire a famiglie e imprese una fonte di energia stabile, sicura, con costi inferiori di circa il 30% rispetto al gas e con emissioni praticamente nulle.
Gli spagnoli, con maggiore previdenza, hanno investito massicciamente nei rigassificatori, dotandosi di una rete ampia che consente di sfruttare la concorrenza internazionale del gas naturale liquefatto, ottenendo prezzi più bassi nella distribuzione. In Italia, invece, questo non è avvenuto. Il risultato è stato quello di rendere il Paese dipendente dai gasdotti, esposti ai giochi geopolitici. Nei momenti più difficili si è intervenuti con bonus e sussidi: pannicelli caldi che non risolvono il problema, anzi lo aggravano, perché ne nascondono le cause strutturali e impediscono ai cittadini di vigilare su scelte decisive per la loro qualità di vita.
Se non si fa piena luce sulle responsabilità del passato, il presente e il futuro non cambieranno. È impossibile che, ancora oggi, l’Italia non abbia un vero piano energetico, come invece aveva nel passato, remoto e recente. C’è qualcosa che non torna. E se i conti delle famiglie e delle imprese non tornano, il Paese non migliora: peggiora.

