Attentato alle Torri Gemelle: cosa è accaduto nel mondo negli ultimi 24 anni

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Anticipiamo di un anno le considerazioni che non mancheremo di fare nel 2026, quando sarà un quarto di secolo da quando Osama bin Laden fece uscire gli Usa dall’età dell’innocenza e della inespugnabilità, usando quattro aerei di linea americani per realizzare l’incubo che, fino ad allora, aveva visto come protagonisti i sottomarini nazisti. New York bombardata non dal mare, come fantasticavano a scopo apotropaico i propagandisti americani della Seconda Guerra Mondiale, ma dal cielo. Ancora non c’erano i droni, ma c’erano l’American Airlines e la United Airlines e tanto bastò. Tremila morti e il pianeta assisté in diretta all’implosione delle Torri Gemelle, ziggurat dell’America finanziaria nonché simbolo di potenza, soldi ma anche un tocco di sicurezza ai confini dell’arroganza. Dopo qualche giorno il cervello dell’operazione, bin Laden, si rivolse al mondo con un video. Anche qui: Instagram non c’era ma si poteva fare senza.
Bin Laden sarebbe stato giustiziato anni dopo, ad opera dei Navy Seals, ed il suo corpo gettato nell’Oceano ad impedirgli una degna sepoltura coranica destinata ad essere inevitabile meta di futuri pellegrinaggi. Nel frattempo, però il mondo era cambiato.

L’11 Settembre segnò la fine dell’ottimismo ingenerato dalle vittorie della democrazia nel 1989, ben simboleggiato dalle teorie di Francis Fukuyama sulla Fine della Storia: tesi, antitesi e sintesi, ecco il motore del divenire che aveva trovato la sua terza ed ultima fase nell’affermazione della liberaldemocrazia basata sull’economia di mercato. Ci avrebbero dovuto attendere migliaia di anni di soporifera prosperità, grazie alla tutela benigna della Superpotenza Solitaria. La teoria, questa volta, era di Samuel Harrington: il mondo è diviso tra civiltà incompatibili; ineluttabile è lo scontro; ci vuole la gestione da parte della potenza campione della libertà e dell’economia di mercato. Dal momento che la Russia non aveva l’economia di mercato, godeva di scarsa libertà e, soprattutto, aveva perso la Guerra Fredda, era facile indovinare chi avrebbe dovuto prendere in mano lo scettro. Così fu, ma quello scettro si rivelò un’arma a doppio taglio.

Ferita da bin Laden e dotata di un nuovo Destino Manifesto, l’America di George W. Bush chiamò a raccolta gli alleati, imponendo però loro uno stato di minorità. Nel 2003, dopo un bombardamento in Afghanistan sulle basi di al Qaeda, venne deciso l’attacco all’Iraq. Non esisteva alcuna prova del coinvolgimento di Saddam Hussein nel terrorismo di bin Laden. Lo si accusò allora di possedere armi di distruzione di massa che in realtà non esistevano. Colin Powell fu mandato a raccontare bugie alle Nazioni Unite, Tony Blair fece lo stesso a Westminster e così vennero umiliati la culla della democrazia liberale e il consesso delle nazioni. Il contrario di quanto immaginato da Harrington e Fukuyama. La destrutturazione territoriale e civile dell’Iraq, poi, ebbe l’effetto di riaprire la questione dei confini del Medioriente – vera e propria polveriera del mondo – che era stata chiusa in modo lungi dall’essere perfetto, ma intanto era chiusa, una novantina di anni prima. L’Iraq venne sconvolto dalla guerra civile, poi la Siria, mentre al Qaeda lasciava il posto al Daesh: se l’obiettivo conclamato era quello di sradicare il terrorismo internazionale, il fallimento era ormai palmare.

Obama, che pur iniziò timidamente una apertura alle democrazie arabe con il Discorso del Cairo, dovette presto ricredersi e seguì nella gestione della crisi siriana i dettami di Tony Blair, e qui non c’è bisogno di aggiungere altro. Non è un caso se, proprio di fronte alla gestione inconcludente della guerra civile in Siria, un uomo vestito di bianco ebbe a constatare l’amara verità dicendo che ormai si era di fronte ad una nuova guerra mondiale a pezzi. Purtroppo Bergoglio era buon profeta.

La fine del multilateralismo, rappresentato dall’Onu, e la decisione americana di imporre la sua guida alle democrazie occidentali invece di essere un potente primus inter pares hanno squassato proprio quell’ordine che il 1989 aveva proposto come vincente al mondo. Non a caso esistono ancora due elementi che bisogna elencare per completare il quadro.
Il primo è il revanscismo russo. Mosca, trattata da colonia cui imporre l’iperliberismo ancor prima del 2001, ha sviluppato un modello politico in cui l’autocrazia si sposa con un sistema economico degno del capitalismo descritto da Marx. Impero inutilmente umiliato, ha raccolto le forze e ora si muove alla riconquista. Il secondo elemento è l’affermazione in tutte le democrazie (tutte, anche le più avanzate; tutte, anche la nostra) della cosiddetta democrazia illiberale, che vede l’esecutivo calpestare nel nome del mandato elettorale e delle emergenze esterne tutti i contrappesi del sistema liberaldemocratico.
Ci aveva già messo in guardia, ancor prima del 2001 anche in questo caso, un grande pensatore: l’erasmiano europeista Ralph Dahrendorf. Nessuno l’ha ascoltato.
Chissà se faremo in tempo a rimediare.

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