L’antidoto alla maleducazione del negazionismo

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Prima la pandemia, poi la guerra in Ucraina. Mai come negli ultimi due anni l’umanità è stata scossa dalla maleducazione del negazionismo. “Sia il vostro parlare sì, sì; no, no. Il di più viene dal maligno”, insegna il Risorto. E invece assistiamo sgomenti, praticamente ogni giorno, al ribaltamento della realtà, allo stravolgimento della logica e naturale narrazione degli accadimenti. In apertura della sua missione a Malta, “cuore del Mediterraneo”, il Santo Padre ha pronunciato ieri parole ancora una volta sincere e inequivocabili: “Qualche potente provoca e fomenta i conflitti, qualche leader è tristemente rinchiuso nelle anacronistiche pretese di interessi nazionalisti”.

E “la guerra in Ucraina è stata preparata da tempo con grandi investimenti e commerci di armi”. Quindi un viaggio papale a Kiev è “sul tavolo”. Nella babele multimediale e globalizzata papa Francesco si fa carico dello scomodo dovere della verità e testimonia la coerenza del Vangelo della misericordia. In questo modo il Pontefice connette la Chiesa e la società contemporanea alla limpida lezione di chiarezza e coerenza di Girolamo, Agostino, Ambrogio. Cioè degli apologisti e dei Padri che dagli strumenti dell’oratoria greca e latina hanno tratto linfa per la presentazione nitida e universalmente comprensibile della dottrina della Chiesa così da renderla più accettabile e comprensibile a uditori e lettori.

Francesco parla il linguaggio del nostro tempo come Tommaso d’Aquino è ricorso alla filosofia greca per raggiungere il cuore dei fedeli. Nell’emergenza Covid come nella crisi ucraina l’opinione pubblica è dilaniata da versioni strumentali e da contrapposizioni ideologiche che impediscono un’autentica comprensione dei fatti. La Chiesa è stata sempre molto avveduta nel discernere ed accogliere gli strumenti più opportuni (secondo la regola aurea “est modus in rebus”) per annunciare la Buona Novella. Anche oggi la barca di Pietro prosegue su questa rotta. I giovani leggono sempre meno e, per non tagliarli fuori, servono forme per andare incontro alle nuove generazioni.

Contro la maleducazione del negazionismo e la crisi educativa, occorre parlare ai mondi vitali con il loro linguaggio: musica, sport, affettività, moda, scuola. Per liberarli dalle derive negazioniste, cospirazioniste e complottistiche i mezzi di comunicazione vanno frequentati e vissuti come luoghi e modalità in cui in cui confrontarsi senza snaturarsi. L’apprezzamento generalizzato per il linguaggio di papa Francesco gli riconosce una missione epocale. Ad un approccio che rischia il moralismo (ossia la verifica se gli strumenti di comunicazione sono buoni o cattivi e se vanno usati o meno), la Chiesa in uscita preferisce un approccio esistenziale nella materna consapevolezza che tutti i canali di espressione esprimono una mentalità, un modo di pensare, un codice interiore delle persone, uno stile da rispettate, un vissuto con cui dialogare.

I danni provocati dalla disinformazione dimostrano che è possibile usare benissimo gli strumenti più innovativi, ma allo stesso tempo avere una mentalità vecchia, ideologizzata, divisiva, un linguaggio incapace di comunicare la realtà per quella che è davvero. Per questo Francesco solca qualunque ambito comunicativo, parlando le parole della vita e del popolo. Dal suo esempio chiunque può apprendere come si può contribuire a cambiare il modo di comunicare, a dare parole di speranza, ad essere attenti ai poveri e a chi non ha voce, a curare sempre la formazione, “leggendo” i problemi della gente secondo la prospettiva antropologica cristiana. E’ questo l’antidoto alla maleducazione negazionista. E’ questa la strada per uscire dall’incomunicabilità del nostro tempo: un’epoca in cui tanti pretendono di imporre il proprio punto di vista ma pochi ascoltano realmente.

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