L’altissimo valore politico della missione americana di Draghi

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In tempi normali, e quelli che stiamo vivendo non lo sono affatto, il viaggio di Mario Draghi a Washington sarebbe stato registrato dalle cronache come la visita di un competente presidente del Consiglio di un Paese amico e alleato degli Stati Uniti. Ma siccome stiamo affrontando un difficile tornante della storia, con i Paesi del vecchio continente preoccupati da ciò che li attende dietro la curva, la missione americana di Mario ha, e i resoconti lo dimostrano ampiamente, un valore politico di altissimo livello.

A ciò hanno contribuito anche gli atteggiamenti e le posizioni assunte da due leader di partito, e azionisti della maggioranza che lo sostiene: Matteo Salvini e Giuseppe Conte. Le sbandate, definiamole, così filorusse dell’asse gialloverde, tra inviti ad abbandonare al suo destino la resistenza militare ucraina e aperture improbabili alla Russia belligerante, hanno trasformato l’appuntamento alla Casa Bianca in un punto di svolta dirimente per l’azione del governo. Dal quale, ora, nessuno potrà più prescindere. Le parole dette oltre oceano, rimbalzate a Roma in tempo reale, pongono Draghi nella posizione di dominus europeo, addirittura un passo avanti a Macron, mentre i due azionisti della coalizione, Salvini e Conte, si trovano davanti allo specchio. Prima a sé stessi, e poi agli elettori, dovranno dire da che parte intendono andare.

“La Pace deve essere quella che vuole l’Ucraina, non quella imposta da alleati o altri”, ha spiegato il premier, incontrando la stampa nei locali dell’ambasciata italiana a Washington, prima di tornare a Roma. “Ringrazio il presidente Usa e tutta l’amministrazione per l’accoglienza, l’incontro è andato molto bene. Ha ringraziato l’Italia per essere un partner forte e un alleato credibile. Siamo d’accordo che bisogna continuare a sostenere l’Ucraina, fare pressione sulla Russia ma anche chiedersi come costruire la pace. Il percorso negoziale è difficile“.

Il presidente del Consiglio, ovviamente, ha affrontato vari temi, dalle crisi alimentari ed energetiche causate dal conflitto fino all’inflazione che erode il potere d’acquisto delle fasce più deboli delle popolazioni, dimostrano come la missione americana non sia stata un viaggio di cortesia, ma la presa d’atto, da parte della Casa Bianca, del ruolo dell’Italia e del peso di Mario Draghi. E di fronte a questo stato dell’arte, inequivocabile, appaiono incomprensibili le tensioni e le fibrillazioni di Lega e 5 Stelle, ma non solo le loro a dire il vero, tese più a solleticare la pancia degli elettori in vista delle prossime amministrative che a tenere desta la maggioranza.

Considerando il protrarsi della crisi internazionale e gli effetti collaterali che essa produce sulle economie dei Paesi locomotiva dell’Europa, Francia, Germania, Regno Unito e Italia sono per stare ai titoli di testa, pensare a crisi di governo o rendite di posizione da sfruttare rende tutto maledettamente incomprensibile. Serve governare per costruire la pace. “La guerra ha cambiato fisionomia: inizialmente si pensava ci fossero un Golia e un Davide, essenzialmente di difesa disperata”, ha spiegato Mario Draghi. “Oggi il panorama si è capovolto, quella che sembrava una potenza invincibile si è dimostrata una potenza non invincibile con le armi convenzionali. Questo porta tutte le parti a riflettere sugli obiettivi della guerra e che tipo di pace si vuole. Prima di arrivare a questo punto serve che ci si sieda tutti intorno a un tavolo, anche Stati Uniti e Russia. Bisogna sforzarsi per portare le parti intorno a un tavolo”.

La linea appare chiara, almeno negli elementi essenziali. Certo, il lavoro da fare è tanto, sia sul piano economico che su quello militare, e non sarà affatto semplice arrivare ad una sintesi in tempi brevi. Ma il ruolo di Draghi appare sempre più chiaro, considerando anche il contesto nazionale, dove personaggi in grado di reggere la scena internazionale non se ne vedono. Va bene le posizioni critiche o dubbiose, filo putiniane in alcuni casi, spesso solo il sale e il pepe della politica. Ma quando la dose supera la quantità consigliata dalla ricetta, tutto diventa eccessivo, salato. Quindi non mangiabile. Per superare questo tornante della storia, invece, servono le giuste dosi e una politica all’altezza del proprio ruolo.

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