A SCUOLA DI INSULTI

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Lo stile delle approssimazioni e degli insulti gratuiti è il modo più scorretto e banale con cui porsi nei confronti degli altri, a maggior ragione verso persone che non si conoscono affatto. Spesso per molti ciò che “sembra” o “appare” è sufficiente per sentenziare e giudicare con assoluta intolleranza, anche quando, di fatto, non si è per nulla certi di quanto si sta affermando. Il giusto e sacrosanto diritto al dibattito e alla replica non possono legittimare la violenza verbale che è sempre sterile.

Nella società odierna c’è una scuola diventata ormai più primaria dell’istituzione formalmente riconosciuta: quella degli insulti. Senza più scrupoli né ritegno l’aggressività nei toni e nei modi, spesso figlia del solo “sentito dire”, si è trasformata nella via ordinaria per infamare e calunniare il prossimo. Non smetto mai di sorprendermi di un tale atteggiamento, come mi è capitato di sperimentare anche nel mio ultimo editoriale dal titolo “Bravo Galantino”. L’articolo ha suscitato diverse reazioni tra cui molte dai toni accesi, esagerati e in alcuni casi, squilibrati. Alcuni lettori, autodefiniti addirittura “cattolici praticanti”, hanno anche protestato pesantemente perché non sono stati pubblicati i loro commenti offensivi, volgari e pieni di accuse infondate e generiche. No, questo non è tollerabile e tutto deve avere un limite.

Sembra finito il tempo del dialogo pacato, dell’ascolto. La parola d’ordine è “(s)contro”… Chi sbraita, chi fomenta odio viene considerato quasi un novello salvatore. Urlare e parlare con rabbia, inoltre, accende gli animi e immette adrenalina provocando in altri la stessa stoltezza, in una sorta di reazione a catena, un circolo vizioso apparentemente inarrestabile. I media poi esaltano questa modalità, ritenuta fondamentale per alzare lo share… Un talk show senza grida né insulti pare destinato a un sicuro fallimento.

C’è poi un’offesa subdola, meno chiassosa, ma ugualmente orrenda perché costituita da silenzi pieni di pregiudizio e disprezzo. Taluni, infatti, preferiscono non strillare le proprie maldicenze, ma opporre un sibilare da serpe strisciante, pieno di arroganza e doppiezza, capace di insinuare ogni sorta di nefandezze facendole respirare. È triste dover constatare che, in questa società di prepotenti, ai primi posti rischiano di finire quanti augurano il male compiacendosi delle cadute altrui, godendo degli errori e delle debolezze del prossimo. Questi, magari, si reputano perfino religiosi, credenti e osservanti!

E’ come uno sport distruttivo che va per la maggiore e purtroppo è praticato dalla massa; un fiume in piena, una marea di nuovi barbari accecati da pseudo-certezze soggettive e pronti a sparare su chiunque, anche in nome di Dio.

L’approssimazione, il sentito dire, il “si dice”, il 2+2 relativo, le bugie gratuite, le accuse senza fondamento, infangare, usare i media per distruggere, sfogare la propria insoddisfazione non sono altro che le materie insegnate alla scuola degli insulti.

Eppure questa brutta istruzione, non affatto disdegnata da tanti politici, può portare solo distruzione. Ma una speranza va data sia a coloro che guardano con fastidio a questa deriva ma anche a quelli che ne sono coinvolti e ai quali va concessa una possibilità di ravvedersi.

Una società per redimersi deve avere l’intelligenza e l’umiltà di ricominciare da capo. Forse c’è un alfabeto che dobbiamo ricostruire, quello che insegnava oltre 2000 anni fa l’”apostolo delle genti”, San Paolo: “La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda”.

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