I 4 punti principali del REPowerEU

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La guerra in Ucraina ha drammaticamente svelato le debolezze che l’Europa ha sempre avuto nel campo delle materie prime e anche della produzione di beni alimentari di base come i cereali. La ricerca che l’Europa ha sempre dovuto fare di tali materie prime fuori dal suo territorio è stata una causa importante (anche se non unica) delle esplorazioni geografiche e del colonialismo. In tempi recenti, la globalizzazione sembrava avere risolto il problema di un commercio internazionale libero, in cui l’Europa poteva acquistare tali materie prime dai paesi produttori con tutta tranquillità. Si è così sviluppata una tendenza alla specializzazione, i cui vantaggi di efficienza erano già stati illustrati da Adam Smith e David Ricardo, in base alla quale si instaura una dipendenza reciproca dei paesi, per il bene di tutti.

In particolare, nel caso dell’energia l’Europa importa circa il 60% dell’energia consumata, con valori superiori in Germania, Italia, Spagna e inferiori in UK e Francia, fra i grandi paesi dell’Europa. L’incidenza delle fonti di energia fossili (carbone, petrolio, gas) è ancora oggi al 70% dei consumi. Solo la Francia ha valori inferiori a causa dell’elevata produzione di energia dal nucleare. La provenienza geografica delle importazioni di fonti energetiche è varia, ma la Russia si era guadagnata una posizione di grande importanza, fornendo il 45% delle importazioni di gas, il 25% del petrolio e il 45% del carbone della UE (la dipendenza dalla Russia è assai minore in UK.

La guerra in Ucraina ha dimostrato che questa visione economicistica è parziale e non tiene in conto fattori culturali e politici che possono interferire profondamente con le “catene del valore” economiche e provocare gravi disagi.

La UE sta correndo ora ai ripari, con il REPowerEU, lanciato nel marzo di quest’anno, che vede varie linee di intervento: 1) l’accelerazione della transizione energetica, agendo su problemi legislativi ed economici che ritardano gli investimenti in energie rinnovabili e nella costruzione di interconnessioni a livello europeo (un piano dettagliato in merito verrà rilasciato a breve dalla Commissione). In particolare, l’utilizzo di idrogeno verrà considerato prioritario, anche perché può essere distribuito con qualche modifica mediante le reti di tubature del gas metano esistenti. Ancora niente si è deciso sull’uso di un nucleare aggiornato; 2) imposizione della costituzione di imponenti riserve entro ottobre di quest’anno, per affrontare il prossimo inverno; 3) diversificazione degli approvvigionamenti di gas fuori dalla Russia, sia attraverso il potenziamento di condutture già esistenti sia attraverso impianti di rigassificazione per utilizzare gas liquefatto proveniente via mare, anche dagli Stati Uniti; 4) messa in opera di tutti gli strumenti disponibili per diminuire i consumi di energia non rinnovabile sia nelle case sia nei processi produttivi.

Le misure in corso di applicazione dovrebbero ridurre di 2/3 le importazioni di gas dalla Russia già entro la fine di quest’anno senza ripercussioni sui consumi. Se si rendessero necessarie ulteriori riduzioni, potrebbe invece diventare necessario un razionamento, che al momento non è previsto. Ad accompagnamento di questa grande accelerazione sull’autonomia energetica legata alla transizione energetica, occorre far leva sull’aumento della produzione europea di batterie e microchip, prodotti intermedi in questo caso provenienti dall’Asia, la cui carenza impatta negativamente su molte delle produzioni europee anche in campo energetico. Insomma, da qui in avanti bisogna essere più attenti ai mercati con cui ci si lega nei processi produttivi globalizzati. Sarebbe già stato opportuno farlo prima, per ragioni soprattutto di equità, ma a queste oggi si aggiungono ragioni di sicurezza e di mantenimento di principi come la democrazia che costituiscono l’essenza stessa della nostra civiltà.

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