MARTEDÌ 28 GENNAIO 2020, 00:02, IN TERRIS

OLTRE I LIMITI

Io, intrappolata nel corpo di una bambola

La storia di chi, fin dalla più tenera età, ha dovuto scontrarsi con i pregiudizi degli altri

FIDELIA CLEMENTE
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ono nata il 18 luglio e non ho pianto subito, l'ossigeno mi è stato avaro. La diagnosi per i miei genitori è stata impietosa: tetraparesi spastica. Per alleviare i danni ho iniziato a fare fisioterapia dall'età di quaranta giorni e ancora non smetto, ora che ne ho quaranta. Vivo nella solitudine, circondata dagli affetti dei mie cari, ma ciò non basta a una giovane ragazza che seppur intrappolata nella sua immobilità ha voglia di sorridere, di condividere le passioni dei giovani. La mia diversità non mi ha mai spaventata, ma spaventa chi mi guarda con occhi diversi. E' vero il mio corpo è anomalo, "è malato", ma la mia mente i miei pensieri sono sani, e liberi da preconcetti e pregiudizi. Il rispecchiarmi in quegli occhi imponenti mi intimorisce e mi fa sentire diversa. Poche sono le persone che sono entrate nella mia vita e ci sono rimaste. Tante, troppe, sono quelle che mi hanno fatto soffrire uscendo dal mio mondo senza nemmeno un perché. Sarò forse incapace di capire? Noo.... sono loro incapaci di capirsi. 


La mia "bua"

Ogni volta che guardo il mare agitato mi riaffiorano amari ricordi legati alla mia infanzia, quando non potevo saltare, giocare a pallone, slittare sullo scivolo, insomma, qualsiasi ludico passatempo che i miei coetanei potevano esercitare liberamente. Piangevo e soffrivo, mentre chiedevo a me stessa: “Perché io non posso farlo?” E rimanevo là, ferma, immobile come una bambola. Quando ho iniziato a frequentare la scuola materna e a relazionarmi con altri bambini vedevo i miei compagni correre da una parte all’altra, saltare con la “molla”, provare a fare ruote e verticali, già da quel momento iniziavo a farmi la stessa domanda, quella che mi sono fatta innumerevoli volte, quella che già in tenera età rivolgevo alla mia mamma: "Perché io non posso farlo?" Lei mi rispondeva che avevo la “bua”,  e che comunque, se non potevo saltare e correre, potevo dare il meglio con la cera pongo, le formine e tutti i giochi da tavolo. La risposta mi bastava per poco: aspettavo, infatti, che la famigerata “bua” passasse e che le cose fino a quel momento “proibite” diventassero anche per me normale quotidianità. Aspettavo invano:  la “bua” non passava mai, e mamma alla fine fu costretta ad ammettere che quel tipo di bua mai sarebbe passata. E non solo la bua non passava: più crescevo e più i miei impedimenti si trasformavano in rabbia e da rabbia invidia, perché mi sentivo troppo diversa e limitata rispetto agli altri bambini. Questa invidia diventava inconsolabile tristezza, mi trafiggeva dentro spingendomi alle lacrime più amare quando loro si riunivano per fare i compiti insieme a casa o per giocare in strada, ma soprattutto per festeggiare i compleanni dove ovviamente io non ero sempre presente, perché non invitata. Amicizia: questo è quello che più mi mancava, che rendeva ancora più acuti il dispiacere ed il senso d’inferiorità. Mi mancava non poter giocare a nascondino, un-due-tre-stella o mosca cieca, ma era secondario: questi erano strumenti per poter legare coi miei coetanei, i quali non poche volte mi relegavano in secondo piano non comprendendo che per me quell’esclusione era come una spada che mi trafiggeva, arrivando nei meandri più profondi dell’anima, creando ferite che ancora non si sono rimarginate.


L'arte come ancora di salvezza

Dipingere fu la mia reazione alla solitudine che mi opprimeva: l’astrattismo l’attenuò e la rimodellò con tutte le sue strane  forme  e colori sfavillanti. I colori che più mi attraggono sono quelli vivi, colori accesi che illuminano i miei quadri, addolcendo la mia solitudine. Non ho provato un solo modo per fuggire alla monotonia. Ballare la taranta fu per me una forma di sfogo efficace, una vera terapia per sbloccare e migliorare i movimenti delle gambe ... anch’io potevo ballare! La danza é una attività che mi affascina perché è una sfida alla mia disabilità. Ma gli altri “sorridono”: come può una disabile pretendere di ballare, cimentarsi in un’arte dove occorrono movimenti calibrati, precisi ed armoniosi. Ma questa visione come rappresentazione artefatta, preconfezionata, fredda è stata messa in discussione da molti studiosi. Essi sostengono che deve essere un’attività reale ed autentica, ogni volta diversa, stimolata dalla relazione con gli altri. Serve a risvegliare un’armonia che è innata in ogni persona, ma a volte anche persa o dimenticata , accidentalmente limitata dal corpo o da insicurezze psicologiche. La danza non guarisce o migliora la disabilita fisica, ma stimola ad avvicinarsi all’atro senza timore del rifiuto, accorciando lo spazio dei pregiudizi, favorendo l’incontro, il contatto. Ogni corpo possiede una propria abilità e disabilità e pertanto ogni danza è unica, caratteristica. Queste considerazioni le vivo ogni volta che ballo perché non sento la mia disabilità, grazie soprattutto alla dedizione e alla comprensione del mio partner, che asseconda i miei movimenti, permettendomi di sentirmi libera, di volare a dispetto di tutti i pregiudizi. Sono anche contenta di vedere gli altri ragazzi disabili, fisici e psichici, che “normalmente” stanno fermi e zitti, ma quando ballano, la musica risveglia i loro corpi che si muovono a ritmo, sprigionando energie impensabili. Per la sua indubbia efficacia queste attività dovrebbe essere incrementate. Le mie attività hanno un solo filo conduttore: la creatività. Con l'identica determinazione coltivo i miei hobby: oltre alla pittura e alla danza, amo aggiustare e modificare foto, disegni e montare video, per cui ho frequentato corsi di formazione. Un'altra attività che mi affascina è la musicoterapia. Suonare le percussioni per piccole melodie è terapeutico per mani e braccia. La vita ha cominciato a sorridermi, anch’io mi sento “normale”, se è questa l’etichetta che vogliamo usare, finalmente posso far valere la mia opinione su ciò che voglio o non voglio fare, su ciò che mi piace o non mi piace. Non sono più una bambola, non mi sento più un oggetto accantonato, immobile in un angolo ad aspettare che mi scorresse davanti la vita piena degli altri, non sono più  ai margini, ma finalmente sono io, un individuo pensante fra gli altri individui normali.

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