Catechisti massacrati. Nella Papua indonesiana l’incubo del martirio per chi predica il Vangelo

Catechisti uccisi per costringere i fedeli a vivere sotto una cappa di paura e di intolleranza. Mai quanto oggi la Chiesa è perseguitata dall'odio anticristiano e vittima dei fondamentalisti

ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:05

Catechisti uccisi a sangue freddo. Quando si parla di martirio dei cristiani, il pensiero torna alle origini della Chiesa e ai fedeli massacrati dall’Impero romano. Ma la realtà è quella ricordata da papa Francesco nel ciclo di catechesi sulle Beatitudini. Non ci sono mai stati tanti martiri della fede quanti negli ultimi decenni. “I martiri di oggi sono di più dei martiri dei primi secoli”, ha detto il Pontefice. Un inferno quotidiano e globale di persecuzioni, oppressioni e stragi. La Papua (o Irian Jaya) è la provincia indonesiana che occupa la parte occidentale dell’isola della Nuova Guinea. Da decenni, riferisce l’agenzia missionaria vaticana Fides, la popolazione locale lamenta discriminazione. E abusi condotti dalle autorità e dalle forze di polizia indonesiane. La provincia, antica colonia olandese, è stata annessa dall’Indonesia nel 1969 in seguito a un controverso referendum. I papuani indigeni costituiscono circa la metà della popolazione , che rivendica un’indipendenza politica. E chiede da anni un nuovo referendum. Anche se nel 2002 il governo di Giacarata ha concesso alla regione un’autonomia speciale. Nel mirino anche i catechisti.

Catechisti trucidati

“Si fermino immediatamente le violazioni dei diritti umani in Papua. In particolare da parte dei membri delle forze di sicurezza indonesiane. E sia condotta senza indugio un’indagine indipendente e credibile sui casi dell’omicidio del catechista cattolico Rufinus Tigau e di Meinus Bagubau. Coinvolgendo la Commissione nazionale per i diritti umani e i leader della Chiesa. Per portare i responsabili davanti alla giustizia”. A chiederlo  in un documento pubblicato da Fides sono quattro organizzazioni della Chiesa cattolica nella Papua indonesiana. E cioè le commissioni “Giustizia e pace” delle diocesi di Timika e Merauke, dei Francescani in Papua e degli Agostiniani. Si arriva così a ricostruire il tragico caso del 26 ottobre. Quando Rufinus Tigau si avvicina alle forze di sicurezza che hanno circondato al zona dove abita. E continuano a sparare. Rufinus vuole solo spiegazioni e cercare un gesto di conciliazione. Tigau si è avvicinato ai membri della sicurezza e ha detto: “Per favore, smettete di sparare. Dobbiamo parlare con calma. Qual è il problema?” Un membro dell’operativo ha puntato una pistola contro di lui che ha immediatamente alzato le mani, in segno di sottomissione. Tuttavia, è stato ucciso sul posto, a sangue freddo. Nelle sparatorie che intanto vanno avanti, viene colpito anche Meinus Bagubau.Catechisti

Crimini documentati

Si tratta di un rapporto molto dettagliato e documentato. Frutto del lavoro di ricerca delle organizzazioni cattoliche. Su un caso di omicidio avvenuto nella regione più orientale dell’Indonesia. E sul caso del ferimento di un minorenne, avvenuto lo stesso giorno. La vicenda è ancora in attesa di un epilogo che renda giustizia alle vittime e alle famiglie. Nel rapporto si ricostruiscono i due casi di Rufinus Tigau e Meinus Bagubau, avvenuti il 26 ottobre. Rufinus Tigau (28 anni). Nativo papuano e catechista cattolico della diocesi di Timika (nella provincia di Papua). E’ stato ucciso a colpi d’arma da fuoco da membri di un’operazione congiunta di esercito e polizia indonesiani a Kampung Jibaguge. Nel distretto Sugapa, della Reggenza Intan Jaya a Papua. Anche Meinus Bagubau (12 anni), è stato colpito da colpi d’arma da fuoco e ha riportato diverse ferite nella stessa giornata. La Intan Jaya Regency è la regione in cui si trova il Wabu Block, parte della concessione mineraria a Papua tra il governo indonesiano e l’azienda PT Freeport. Diversi anni fa, il piano per estrarre le riserve auree della zona è stato rifiutato dagli abitanti che vivono nell’area. Nel timore di gravi danni ambientali per le comunità indigene che vi risiedono.

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