VENERDÌ 01 NOVEMBRE 2019, 20:32, IN TERRIS

COPERTINE D'AUTORE

Quando l’illustrazione diventa capolavoro

Da Dante a Collodi, da Salgari ad Ariosto: un secolo d’arte del pittore Oreste Amadio

GIACOMO GALEAZZI
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Copertine
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velato il mistero del pittore italiano Oreste Amadio, poi del tutto dimenticato, che un secolo fa illustrò i principali capolavori della letteratura. A lanciare la caccia all’autore è stata la celebre libreria antiquaria newyorkese “Ebon et Noir” che sulle riviste letterarie e in Rete ha lanciato il tam tam chiedendo chi fosse quel misterioso O. Amadio che aveva disegnato le 80 tavole (una per fascicolo, così come avverrà anche per l’Ariosto e il Tasso) de “La Divina Commedia di Dante Alighieri tradotta in prosa per uso del popolo italiano” di Giuseppe Castelli, una rara e particolare edizione dantesca uscita a fascicoli nel 1910 per i tipi della Società Editoriale Milanese. L’intento della libreria era chiaro: se si fosse potuto dare un’identità all’autore di quei disegni, il valore commerciale dell’opera, di cui naturalmente la libreria era in possesso, sarebbe aumentato. A dare un profilo al dimenticato artista è ora il critico d’arte, Attilio Coltorti.


Il talento di un autodidatta

“E’ stato un mio ex studente al liceo a rintracciare sul web l’appello e a segnalarmelo - racconta lo storico dell’arte -. La mia sorpresa è stata grande perché in Oreste Amadio mi ero imbattuto casualmente più di vent’anni fa, quando, su un giornaletto locale del 1914, lessi del successo che stava riscuotendo a Milano l’artista autodidatta Oreste Amadio di Montalto Marche, in provincia di Ascoli Piceno, specie per i suoi ritratti e per le sue illustrazioni della Divina Commedia. Fu allora che iniziai ad approfondire la ricerca su questo ormai da decenni dimenticato pittore”. Infatti, poco dopo, il professor Coltorti venne a sapere che l’artista era nato nel 1873, che nel 1900 aveva sposato Laureti Matilde, da cui aveva avuto un figlio di nome Walter (nato nel  1902), che nell’aprile del 1910 si era trasferito a Sesto San Giovanni, che nel 1928 era emigrato alla volta della Tunisia dove era morto nel 1948. Ma ciò che lo colpì maggiormente fu scoprire, e solo di recente, la gran mole di illustrazione (di dipinti purtroppo se ne conoscono appena due: il “Ritratto della Signora C. F.” (1917) e un quadretto di genere orientalista) che l’artista realizzò nei circa vent’anni di attività in Italia. Lavorando quasi esclusivamente per tre case editrici milanesi: la Società Editoriale Milanese, la Bietti e la Barion, specializzate in pubblicazioni a fascicoli di edizioni popolari di opere classiche, romanzi d’avventura e opuscoli illustrati di ogni genere. Oreste Amadio, oltre ad aver illustrato anche “ La Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso tradotta in prosa per uso del popolo italiano” (1912) con 51 disegni e, con 132 “disegni originali”, “L’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto tradotto in prosa per uso del popolo italiano” (1913-14) - ambedue i lavori ancora di Giuseppe Castelli e usciti anch’essi a fascicoli per la Società Editoriale Milanese - realizzò innumerevoli copertine e illustrazioni per romanzi storici e d’appendice, libri per l’infanzia, romanzi di cappa e spada, fantastici e polizieschi. E si tratta di autori, italiani e stranieri, tra i più letti di allora: da Hugo a D’Alaja, da Provaglio a Balzac, da Collodi a Malot, da Salgari a Zevaco, da Vertua Gentile a Fogazzaro, da Oriani a Capranica, dalla Baronessa Orczy a Vitale.


Scintilla divina

“Disegni quelli di Oreste Amadio che non s’impongono per una particolare e originale cifra stilistica, ma per la capacità e la forza che hanno di accompagnare visivamente e con rara immediatezza il contenuto del testo- spiega Coltorti-. Sia mediante colorate copertine in cui prevale, come è naturale, un linguaggio pittorico  complessivo, ben distinto dal titolo dell’opera sempre posto in bella evidenza, che nelle pagine interne, dove la “narrazione grafica”, benché più sobria in quanto sempre in bianco e nero, si fa più precisa e dettagliata, ed è sempre accompagnata dalle poche righe di testo da cui l’artista ha tratto ispirazione”. Rimane un mistero la partenza di Amadio per la Tunisia, quando ormai era più che cinquantenne e con alle spalle una lunga attività di illustratore affermato. Probabilmente la decisione di trasferirsi in Tunisia gli era stata suggerita dal figlio Walter, fotografo, operatore e regista cinematografico, che fin dal 1925 risiedeva in Eritrea. Si sa per certo che Oreste Amadio tenne uno studio a Tunisi, nel quartiere di Montfleury, che fu un apprezzato ritrattista di stampo tradizionalista e che ricevette alcuni premi. Prese parte anche a diverse esposizioni, tra cui a quella della Società Operaia di Tunisi nel 1929. In un articolo del 1928, apparso sul giornale tunisino di lingua italiana “L’Unione”, Amadio afferma che da quella data in avanti (ormai ha abbandonato l’illustrazione) sarebbe stato il ritratto a prevalere nella sua pittura, “perché – come egli stesso tenne a precisare – in esso deve rifulgere soprattutto quella scintilla divina, misteriosa che Dio ha infuso in ogni essere umano.”

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