LUNEDÌ 15 APRILE 2019, 13:50, IN TERRIS

Quando Cristo arrivò a Roma

Il prof. Polia, esperto di culti antichi, aiuta a trovare linee di continuità spirituale nella Città Eterna

FEDERICO CENCI
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Simbolo di Roma Spqr con croce
Simbolo di Roma Spqr con croce
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l prossimo 21 aprile, anno Domini 2019, la Pasqua cristiana si sovrapporrà con il Natale di Roma. Si tratta di una semplice coincidenza o di un volere misterioso? Chi custodisce nel cuore l’eredità spirituale di Roma antica, forse, sarebbe suggestionato dalla seconda ipotesi. E darebbe alla circostanza l’attributo di fato. A ben guardare, del resto, tra le due festività esiste un legame arcaico. Se si dà uno sguardo al Martirologio Geronimiano (il più antico elenco dei martiri cristiani, risalente alla prima metà del V secolo), si evince che i primi cristiani celebravano la festa di San Cesario di Terracina - giovane martire che secondo la tradizione sarebbe un discendente della Gens Iulia - proprio il 21 aprile. È presumibile che la scelta della data non fosse casuale: nel passaggio dalla Roma pagana a quella che si apprestava a diventare culla del Cristianesimo, la memoria del nuovo “Cesare cristiano” rappresentava una sorta di collante spirituale, una linea di continuità. Per approfondire l’argomento, In Terris ne ha parlato con uno dei massimi esperti in materia, il prof. Mario Polia, storico, antropologo, etnografo e archeologo, autore di numerosi saggi sui culti antichi, il quale spiega come il seme spirituale del Cristianesimo affondasse nel terreno fertile della civiltà romana delle origini.

Prof. Polia, si è spesso abituati a pensare al passaggio dal paganesimo al cristianesimo nella Roma antica come a una frattura. È una lettura inesatta?
“Quando una cultura s’impone su un’altra fino a distruggerne l’identità e la funzione normativa, si verifica il fenomeno della deculturazione. Questo non avvenne quando la Tradizione romana (o quanto restava dell’originario mos maiorum) incontrò il nascente Cristianesimo. Esso non s’impose, all’inizio, come dottrina liberatrice dal sistema della schiavitù rivolta alle classi più povere. Molto prima che dalle masse, incontrò l’interesse d’una élite della cultura religiosa: la dottrina della resurrezione della carne e dell’eterna gloria promessa dal Cristianesimo non aveva precedenti. Gli dèi mediterranei non risorgono: Osiride diventa dio dei morti, Tammuz-Adone continuano un’esistenza larvale, Baal fenicio-siriano è l’unico che risorge ma non concede il medesimo privilegio ai suoi fedeli, tranne quello di svolgere, dal mondo dei morti, la funzione di anime guaritrici (rephaim)”.

Eppure da un punto di vista teologico dovrebbe esserci una profonda antitesi...
“Non si trattò di un’antitesi insanabile: si tenga conto che il sistema politeista da molto tempo era in crisi (già nelle aule dei misteri, ai soli iniziati si dichiarava l’unicità dell’Hypsistós, un ‘Altissimo’ padre e madre degli dèi e del cosmo). Circa un millennio prima, in India, il Rig Veda afferma che il popolo crede nell’esistenza di innumerevoli dei ma il saggio sa che esiste un unico Principio (Brahman) “autoesistente (swayambhu)” e onnipervadente e ad esso rende culto. Si pensi, ancor prima dei Veda, all’annuncio del Dio unico fatto in Egitto da Amenophis IV - Akhenaton. Da parte sua, Plotino annunciava l’Uno, il Mónos, verso cui far convergere il processo ascetico. L’antitesi riguardava piuttosto la negazione delle grandi divinità il cui culto era prescritto dal mos maiorum come garanzia della pax deorum che assicurava a Roma la aeternitas, anche se di questa l’unico garante era Giove. E unicamente da Giove era concessa al rex, poi ai consules, l’auctoritas: il carisma divino che autorizza le autorità supreme a esercitare la giustizia. Così pure la vittoria era concessa da Giove, non da Marte”.

Se il Cristianesimo fu inizialmente abbracciato da una élite, come vanno interpretate le persecuzioni cui furono vittime i cristiani sotto vari imperatori?
“Le persecuzioni contro i cristiani sono il frutto d’una discontinuità nei confronti del mos maiorum: l’attribuzione della natura divina al sovrano era una vecchia moda in voga nella Persia, nella Microasia e nell’Egitto, la quale era stata adottata dai sovrani della Grecia, poi dagli imperatori romani. Dopo una lunga lista di re divini o discendenti di dèi, che da Giano-Saturno termina con Romolo, Roma viene rifondata da un re mortale da parte di padre e di madre, Numa. Si ricordi che Ottaviano Augusto, nuovo rifondatore di Roma, fu divinificato solo dopo la sua morte. Roma ben sapeva quali tentazioni di deriva autarchica possa rappresentare l’attribuire a un vivente natura divina. Un romano quale Catone il Censore, chiamato a giudicare il rifiuto del cristiano a sacrificare al monarca divino, avrebbe giustificato tale atteggiamento, che comunque non implicava il disconoscimento dell’autorità politica e condannato la pretesa del monarca”.

C’è un dipinto del XVI secolo di Antoine Caron che rappresenta l’imperatore Augusto genuflesso, con lo sguardo rivolto in alto, verso un bambino indicatogli da una donna al suo fianco. È la rappresentazione di un fatto tra lo storico e il leggendario che preconizza l’avvento del Cristianesimo?
“Il dipinto rappresenta, sullo sfondo d’un suggestivo palcoscenico manieristico, l’annuncio del Puer da parte della Sibilla. Annuncio di cui il cantore più celebre e il più sublime fu il vate augusteo ma che era già presente nella tradizione romana e, ancor prima, in quella persiana nella figura del Saoshant, il “Salvatore” che appare alla conclusione del ciclo cosmico. L’intenzione dei Magi, sacerdoti dell’Ignis Perennis giunti dalla Persia, era rendere omaggio al Salvatore nella persona del Puer Christus”.

Ci fu continuità tra la Roma cristiana e quella pagana nell’ambito della simbologia?
“Nell’ambito della simbologia, in specie quella legata alla dottrina e al culto, la continuità fu sporadica. Agli inizi, prima del III secolo quando s’impose la rappresentazione cruenta del Crocifisso, il Cristo Pantokrator, addossato ma non inchiodato alla croce, indossava la dalmatica imperiale. Più consistente si rivela la continuità nell’architettura sacra, ad esempio nella chiesa romanica la cui sezione verticale raffigura il trimundium (gli inferi, il mondo di mezzo, i cieli). La liturgia cristiana continua ad essere scandita dall’avvicendarsi dei cicli stagionali, rapportati all’evento cristico: equinozio primaverile – annunciazione; solstizio d’inverno – nascita; equinozio di primavera – morte e resurrezione”.

Da un punto di vista sociale e politico, che effetti produsse a Roma l’avvento di un imperatore cristiano come Costantino?
“Costantino dovette compiere una scelta necessaria: circa la metà delle sue legioni praticava il culto a Mithra Sol Invictus, l’altra metà era cristiana. La decisione, all’inizio, fu piuttosto politica - nella prima parte del regno, la monetazione rappresenta ancora l’immagine del Sol Invictus custode dell’impero - in seguito si trasformò in adesione al nuovo sistema religioso. Da parte di Costantio, si trattava in primo luogo della necessità di assicurare a Roma un nuovo assetto religioso che legittimasse la sua funzione e ne garantisse l’esito e la durata nel tempo. Una garanzia di aeternitas riferita a Cristo e non più a Juppiter”.

E il passaggio a un Impero formalmente cristiano, quale fu quello di Teodosio?
“Con Teodosio, la religione legittima la politica, inizia la demolizione sistematica delle forme e delle strutture non assimilabili alla nuova religione o con essa compatibili. Una demolizione non esente da violenza”.

Facciamo un salto all’attualità. Nel suo libro Imperium evidenzia come nella Roma delle origini l’auctoritas avesse una stretta corrispondenza con il divino. A suo avviso oggi è possibile recuperare una coscienza sui doveri di chi svolge funzioni di autorità?
“Il dogma del ‘non est potestas nisi a Deo’ fu rispettato a Roma fin dalle origini. La concessione divina dell’autorità del regere populos è materia di fede, non è stabilita per legge. Esiste ontologicamente ed è volta, innanzitutto, all’affermazione e difesa di un ordine etico ancor prima che religioso. Tornare ad aver coscienza non solo dell’origine della auctoritas ma dei doveri che da essa discendono significa, per il rex, tracciare e difendere il limite che separa il fas dal nefas, ciò che è giusto perché benedetto da Dio e ciò che non lo è in quanto contrario a Dio e alle sue leggi. Nell’ordine tradizionale, lo jus il diritto, dicende dal Fas: ciò che è conforme alla Parola. Recuperare l’approccio implica l’accettazione cosciente di queste realtà non solo da parte di una èlite, ma di un popolo”.

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