“Pace in tempo di guerra”: immaginare come fermare i conflitti

Nella sede della Società Dante Alighieri a Roma è stato presentato il libro “Pace in tempo di guerra” di Mario Giro. Sono intervenuti il fondatore di Sant’Egidio Andrea Riccardi, il direttore di Limes Lucio Caracciolo, la giornalista Rai Anna Piras e l’autore

L'intervento di Mario Giro durante la presentazione. Da sinistra: Alessandro Masi, Lucio Caracciolo, Andrea Riccardi, Anna Piras, Mario Giro. Foto © Ufficio stampa Società Dante Alighieri

“Questo libro è un manifesto di protesta contro la guerra come realtà imperante nel mondo e nel pensiero”. A dirlo è il fondatore della Comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi e il testo a cui fa riferimento è “Pace in tempo di guerra” (Guerini e Associati), scritto da Mario Giro, esperto di mediazione e dialogo interreligioso, membro a sua volta della Sant’Egidio e già viceministro – prima – e sottosegretario al Ministero degli Esteri tra il 2013 e il 2018. Un libro che, al tempo della “guerra mondiale a pezzi”, s’interroga su come la forza delle armi sia tornata a essere considerata uno strumento adatto tutelare gli interessi di parte e su come si può tornare a immaginare la pace. Nella cornice della sede della Società Dante Alighieri, si è svolta la presentazione del volume, con interventi del fondatore e direttore della rivista di geopolitica Limes Lucio Caracciolo, la giornalista Rai Anna Piras, di Riccardi e dell’autore, moderati dal segretario della Dante Alighieri Alessandro Masi.

Le guerre si autoalimentano

In uno scenario internazionale in cui si assiste a una sorta di unificazione dei teatri di guerra, per prossimità geografica e per l’utilizzo di sistemi d’arma simili, Caracciolo osserva un cambiamento: se prima i conflitti erano legati a scopi politici, oggi la relazione con la politica è saltata. “Le guerre odierne si autoalimentano. Pensiamo di comandarle e invece loro comandano noi, un minuto dopo il loro inizio”. “Quando pensi alla pace devi capire come evitare che, finendo un conflitto, non ne cominci un altro”, aggiunge. Il sostegno all’Ucraina in un orizzonte post-bellico e l’annunciato disimpegno statunitense dall’Europa pongono l’Ue, continua il direttore di Limes, di fronte a svolta culturale e una responsabilità inedita da ottant’anni. “La pace non è un’opzione, ma una necessità. Non coincide con la firma di un trattato, è dai lì sì che ci comincia a costruire. Bisogna pensare a dare un senso al ‘dopo’”.

La complessità del racconto

La guerra si combatte anche sul piano della comunicazione, usando gli strumenti della fake news e della disinformazione che corrono sui social possono raggiungere milioni di persone, con ripercussioni sulle opinioni pubbliche. Piras si sofferma sul ruolo degli operatori dell’informazione nel racconto di un conflitto.  Se il flusso delle notizie prende il sopravvento sull’analisi e su uno sguardo che si spinga più a fondo, rischia di diventare meno utile alla comprensione. “Sappiamo cosa sono i droni, che gittata hanno i missili, vogliamo raccontare ogni passaggio dei negoziati. Ma per seguire l’ultima notizia sacrifichiamo il tempo a nostra disposizione per rallentare, interrogarci sul contesto, verificare”. “Quando le informazioni sono incontrollabili, non c’è più informazione. Dobbiamo recupera la coscienza e l’amore per la complessità”, conclude.

Il cambio di paradigma

Una protesta colta, appassionata e ragionata con il cambio di paradigma che ha visto la guerra passare da “flagello”, come recita la Carta delle Nazioni unite, a strumento della politica internazionale. Riccardi ripercorre il momento in cui si è passato dall’equilibrio tra blocco occidentale e orientale, raggiunto dopo il 1945, alla rivalutazione della guerra negli ultimi tre decenni. “La ‘pace fredda’, che era un prodotto della Guerra fredda, ha lasciato spazio alla convinzione che globalizzazione che avrebbe portato a ricchezza, pace e democrazia anche senza politica, o quasi. Invece il mondo globale ha significato crisi e oscuramento del pensiero. Papa Leone nella sua enciclica Magnifica Humanitas parla di ‘cultura violenta della potenza’”. Riccardi ribadisce che “la pace è un cantiere che si costruisce con la politica e la mediazione, a cui bisogna lavorare per evitare che il fuoco sotto le ceneri si rianimi”.

Come parlare di pace

“‘Come si fa a parlare di pace in tempo di guerra?’ mi sono chiesto, perché la guerra è stata lungamente preparata, la nostra mentalità è stata inquinata”, dice Giro. La tesi della contrapposizione, frutto dello spirito della competitività che muove l’economia, spiega, ha come effetto sociale la polarizzazione. Ricollegandosi al tema della guerra che si eternizza, l’autore afferma che “il conflitto bellico è un ingranaggio che toglie il libero arbitrio anche ai leader mondiali, che sanno come cominciarle ma non come finirle, e deturpa i popoli, perché quando ci si combatte si finisce per assomigliarsi”. Una citazione di don Primo Mazzolari conclude il suo intervento: “Sull’odio non si prospera”.

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