Saronno, “protocollo Cazzaniga”: minacciati di morte gli infermieri che sapevano

ULTIMO AGGIORNAMENTO 15:00

Tanti, troppi nell’ospedale di Saronno sapevano dell’esistenza del “protocollo Cazzaniga“, quello che prevedeva che pazienti anziani e fragili venissero “terminati” somministrando loro dosi letali di farmaci per via endovenosa, in sovradosaggio e in rapida successione. Al momento, gli infermieri che hanno ammesso di aver sentito parlare del “protocollo Cazzaniga” sono sette.

E – dalle intercettazioni ambientali e telefoniche – sembra ci fosse anche chi sapeva che la quinta vittima (accertata) Massimo Guerra, il marito dell’infermiera amante dell'”Angelo della morte”, non fosse diabetico. L’uomo era stato “terminato” facendogli credere di avere il diabete e somministrandogli per un lungo periodo una serie di farmaci che lo hanno debilitato fino alla morte, avvenuta nel 2013.

Ora gli inquirenti temono che la portata dell’inchiesta possa essere ben più ampia dei 5 decessi accertati. Per tale motivo i carabinieri hanno sequestrato, nelle scorse ore, 4 hard disk e circa 80 cartelle cliniche, tutte riguardanti i casi trattati da Cazzaniga in ospedale nel 2012 e nel 2013, quando operava – insieme all’amante, l’infermiera Laura Taroni – al Pronto Soccorso di Saronno.

Nel registro degli indagati sono state iscritte 13 persone tra medici, infermieri e dirigenti dell’ospedale, oltre al Primario del Pronto soccorso, il dottor Nicola Scoppetta. Secondo i Pm Scoppetta avrebbe “sottovalutato le denunce interne riguardanti la condotta del medico” e “aiutato il medesimo a eludere le investigazioni delle autorità”: “Non ritengo si evidenzi una deviazione dei comportamenti”, scriveva al tempo il primario in una relazione sui decessi in ospedale. Inoltre, proseguono i Pm, “dissuadeva anche gli infermieri dal presentare denuncia e, contro ogni evidenza scientifica, giudicava corretto l’operato di Cazzaniga sotto il profilo professionale e deontologico”.

Ma tra gli operatori sanitari, c’era anche chi diceva “no” al protocollo Cazzaniga, ricevendo minacce di morte. Una infermiera che si era rifiutata in più occasioni di somministrare ai pazienti i sovradosaggi imposti dal viceprimario – salvando così la vita a diversi pazienti – ricevette invettive pesanti da parte di Cazzaniga, che le diceva: “Non sei ancora morta? Morirai di cancro all’utero”.

Una seconda testimonianza arriva da un altro infermiere, Iliescu Radu: “Nel giro di pochi minuti si è constatato il decesso di un paziente – afferma l’uomo -. Il dottor Cazzaniga ha scritto nel referto di aver somministrato 60 mg di midazolam e 200 mg di propofol. Alla domanda come mai avesse scelto quella terapia, mi è stato detto che non potevo capire”. Un terzo sanitario ha raccontato agli inquirenti il caso di un malato di tumore morto in venti minuti. “Il medico mi disse che se ne sarebbe occupato lui mettendo in pratica il suo protocollo”, ha dichiarato il testimone. Le indagini proseguono.

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