MERCOLEDÌ 13 NOVEMBRE 2019, 00:01, IN TERRIS

Giovani bulli, violenti per qualche "like"

Sull'aggressione al 61enne di Sava interviene il dott. Antonello Giannelli: "Le famiglie dovrebbero assumersi più responsabilità nell'educazione dei figli"

MILENA CASTIGLI
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ueste persone sono veri e propri malviventi, non stabiliamo connessioni improprie con quel che accade a scuola". E' quanto dice a In Terris in un'intervista esclusiva il dott. Antonello Giannelli, Presidente dell’Associazione Nazionale Dirigenti Pubblici e Alte Professionalità della Scuola, in merito alla notizia dell'arresto avvenuto ieri di 18 ragazzi, 8 dei quali minorenni, con l'accusa di estorsione, furto, rapina e atti persecutori contro un 61enne di Sava (Taranto) affetto da disagi psichici. I provvedimenti hanno riguardato 12 maggiorenni dei quali 5 sono in carcere, 5 agli arresti domiciliari, 2 sono destinatari di divieto di avvicinamento alla persona offesa e 8 minorenni: 3 associati presso Istituti di Pena Minorile e 5 collocati in Comunità di recupero. Un caso che ha evidenti similitudini con quello divenuto tragicamente famoso di Antonio Cosimo Stano, il 66enne di Manduria (sempre nel tarantino) affetto da disagi psichici morto il 23 aprile scorso dopo aver subito aggressioni e angherie da più gruppi di giovani che poi condividevano le loro scorribande su Whatsapp. Una ferita ancora aperta, che interroga genitori, educatori, insegnanti sullo "stato di salute" della gioventù di oggi. Sull'argomento, In Terris ha intervistato il dott. Giannelli per la sua grande esperienza a diretto contatto con i giovani e il mondo della scuola.

Dott. Giannelli, come commenta la notizia di questo nuovo episodio di violenza perpetrato da ragazzi (alcuni dei quali minorenni) nei confronti di un soggetto anziano particolarmente vulnerabile?
"Si tratta certamente di un episodio terribile, ma - quando si parla di giovani e criminalità - non dobbiamo comunque generalizzare. Queste persone sono veri e propri malviventi, non stabiliamo connessioni improprie con quel che accade a scuola. Capita purtroppo che in alcune realtà degradate e di forte emarginazione sociale ci siano episodi legati alle cosiddette baby gang. Sono però casi rari, non all'ordine del giorno".

Si può parlare di allarmismo sociale?
"Questi casi ci sono sempre stati, ma oggi grazie ai social, internet e ai giornali se ne viene a conoscenza molto di più che un tempo, quando la notizia rimaneva confinata in un territorio limitato. Ovviamente, più prevenzione si fa, meglio è; però questi ragazzi che - ripeto - sono criminali e come tali vanno perseguiti [sono ritenuti responsabili, a vario titolo, di "estorsione continuata in concorso, furto aggravato, rapina, detenzione e porto illegale di arma da sparo, atti persecutori" n.d.r.] credo non andassero neppure più a scuola".

I social, da Lei appena citati, hanno una rilevanza particolare in questi contesti?
"Sì, hanno molta rilevanza. Sia perché i ragazzi fanno atti violenti per poi postarli sui social sapendo che verranno giudicati solo come una bravata e per guadagnarsi qualche 'like' in più; sia e soprattutto per emulare quegli episodi che hanno avuto un'importante eco mediatica".

Qual è il ruolo della scuola nel prevenire ed educare?
"La scuola fa già molto, dall'educazione civica (che riprenderà come materia di studio dal prossimo anno scolastico) al rispetto degli altri e dell'ambiente. Ma non possiamo sopravvalutare le possibilità della scuola. Non sempre riesce nel suo compito educante; però sottolineo che la platea scolastica dall'infanzia alle superiori è di 9 milioni di alunni. Se su 9 milioni una ventina di ragazzini o criminali ogni anno compiono atti esecrabili non significa che l'azione educativa sia fallace".

Il problema, dunque è nelle famiglie?
"Alcune famiglie tendono a pensare che l’educazione dei figli non sia un loro problema. Credono che sia solo compito della scuola educare. La scuola ha questo ruolo, ma non può sostituirsi alla famiglia. La scuola infatti affronta temi sensibili, compreso il bullismo, cercando di prevenire con l’insegnamento del rispetto dell’altro. Ma il rispetto si insegna con la pratica, non solo a parole".

Secondo la Sua esperienza, i baby bulli e le baby gang vengono sempre da famiglie disagiate?
"Non sempre, ma spesso. Bisogna però fare un distinguo tra bullismo e baby gang. In questo caso specifico di Sava, come avvenuto a Manduria, siamo di fronte a un fatto criminale perseguibile che ha poco a che fare con una 'goliardia' deviata, come potrebbero essere alcuni atti di bullismo, comunque sempre gravissimi. In genere i disagi provengono dalla famiglia d'origine, ma ci sono casi in cui anche dei giovani provenienti da nuclei educativi validi e presenti prendano parte a fenomeni di bullismo a scuola; sono però casi rari".

E' cambiato il ruolo della famiglia negli anni?
"Sì, molto. La famiglia è oggi più latitante di un tempo, ma non voglio colpevolizzare nessuno. E' il risultato dell'evoluzione della società: la famiglia come era cinquanta anni fa non esiste più. Oggi c'è più libertà perché, in media, i genitori hanno meno tempo da dedicare ai figli. Oggi le donne lavorano molte più ore fuori casa e ci sono molte più separazioni (dunque famiglie mononucleari) rispetto a cento anni fa. Questo mutamento ha portato a meno controllo sociale della famiglia sui giovani, benché non si possa mai generalizzare. Tanti genitori, nonostante lo stress moderno, riescono infatti ad essere presenti e a costruire modelli positivi". 

Le istituzioni locali possono svolgere un ruolo importante per i giovani?
"Sì, alcune politiche degli enti locali possono aiutare i giovani nel loro cammino di crescita: non esiste solo la scuola. Quindi, una cooperazione e un'azione integrata tra scuola e istituzioni del territorio può aiutare a prevenire e a diffondere una cultura del rispetto, specie nei confronti dei più deboli e indifesi".

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