Mons. Zuppi alla notte del Piccolo America: “Ricordiamoci degli anziani”

L'arcivescovo di Bologna ed ex parroco di Santa Maria in Trastevere, riabbraccia il suo quartiere: "L'incontro fra generazioni è fondamentale". Con lo sceneggiatore Francesco Bruni e il presidente dell'associazione, Valerio Carocci, un viaggio fra ricordi e futuro

ULTIMO AGGIORNAMENTO 4:22

Né il coronavirus né l’umidità del caldo di fine luglio limitano gli argini dell’Arena. Piazza San Cosimato, nel cuore di Trastevere, resta la casa del Piccolo America anche quando di mezzo c’è una pandemia e poco incoraggianti temperature attorno ai 30. Anzi, quasi meglio. L’anfiteatro creato da Valerio Carocci e dagli altri giovani dell’associazione, famosa in tutto il mondo, continua a fare quello che ha sempre fatto: alzare uno schermo di celluloide dove, in alternativa, non ci sarebbe che un passaggio distratto, incurante. La cultura ha salvato l’America e, anche per questo, l’America (il Piccolo America, naturalmente) si adatta alle esigenze imposte dal coronavirus senza rinunciare alla sua vocazione. E stavolta, sotto la luna che accompagna l’ingresso del mese di agosto, il palcoscenico è davvero d’eccezione. Francesco Bruni, sceneggiatore, e l’arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi. Cardinale sì, ma a Trastevere per tutti è don Matteo.

Giovani e anziani

L’occasione è una proiezione. Tutto quello che vuoi, scritto e diretto da Francesco Bruni, è un film che parla di incontri. La storia corre sui binari paralleli degli antipodi generazionali, giovane e anziano, ognuno con le sue problematiche ma con una dose di insegnamenti insospettabili da offrire all’altro. Un nesso che li porterà a trarre dal loro incontro un’esperienza di vita che, in qualche modo, appagherà entrambi. Il tutto, naturalmente, sullo sfondo di una Trastevere che prende vita, “quasi fosse la terza protagonista del film”. Quella stessa Trastevere che, idealmente (ma nemmeno tanto) abbraccia i suoi ospiti, Bruni e Zuppi, entrambi legati visceralmente al quartiere romano non solo dai ricordi, ma anche dall’impegno in prima persona.

Contraddizioni e solidarietà

Sì, per tutti è don Matteo, monsignor Zuppi. Una citazione quasi automatica, anche se di per sé lontana dall’immagine del noto personaggio ispirato dai racconti di Gilbert Chesterton. Per diciannove anni vice, per altri dieci parroco della Basilica di Santa Maria in Trastevere, l’attuale arcivescovo di Bologna si intrattiene con quelli che sono stati suoi parrocchiani: ragazzi diventati adulti, adulti diventati anziani. Ognuno con il suo ricordo da condividere, con un grazie da rivolgere, con un augurio da fare. E Zuppi Trastevere non la dimentica: “Negli anni sono emerse tutte le contraddizioni di questo quartiere ma anche episodi di solidarietà. Una virtù che non dobbiamo smettere di esercitare con chi è meno fortunato di noi o – ha detto ricordando un episodio dei suoi inizi in Basilica – chi è stretto nelle reti di una dipendenza”.

Zuppi, un appello

La serata si svolge sul filo dei ricordi, ma anche delle riflessioni. Don Matteo, prendendo spunto da uno dei tratti base del film di Bruni, sottolinea più volte l’essenzialità nel rapporto fra giovani e anziani. E, soprattutto, ricorda quanta importanza rivesta il ruolo delle nuove generazioni nella tutela di quelle precedenti. Non solo come valore di memoria, ma di insegnamento perpetuo: “Fra le tante cose profonde che dice Papa Francesco, mi viene in mente una frase: ‘Non c’è niente di peggio che sprecare la pandemia’. L’incontro fra generazioni è una delle parti essenziali nella riflessione su noi stessi che il coronavirus ci ha imposto. Non dimentichiamoci che proprio gli anziani sono state le principali vittime del virus. Il film ci mostra che, a volte, sono gli aiuti più impensabili a permettere agli anziani di continuare a vivere. Dobbiamo sempre ricordarci di loro”.

Impegno civico

Un aiuto alle “vecchie generazioni” che deve venire dal cuore. Ma senza dimenticarci dei gesti concreti: “La prima indicazione è permettere agli anziani di restare a casa. La casa è il posto in cui la persona si orienta e trova se stesso. E’ una riflessione che coinvolge chi deve pensarne l’accoglienza ma anche tutti noi. Il vero problema è la lotta contro la solitudine e da questa non se ne esce da soli”. Per questo il dialogo intergenerazionale diventa una lente essenziale nella lettura del futuro. Un’interazione che deve nascere nel segno della solidarietà ma anche dell’impegno civico. Cittadino e istituzione, fianco a fianco: “Dobbiamo fare molto, forse ‘usciamo’ ancora troppo poco. C’è bisogno di costruire qualcosa di stabile, di garantire la continuità di alcune iniziative. Servono luoghi di socialità e questo richiede un grande impegno da parte di tutti”.

La notte dell’America

Uno di quei luoghi, hanno cercato di crearlo i ragazzi del Piccolo America. Uno dei tanti luoghi di cultura dimenticati nei meandri di Roma, reso il polo di una fiorente attività sociale al servizio del quartiere, iniziata nel 2012 e proseguita tra passione e proiezione. E soprattutto dei suoi giovani che, come ricordato da Francesco Bruni, “sono cambiati rispetto ad alcuni anni fa”. Figli di una Trastevere diversa forse, ma che continua a conservare la sua anima primordiale, intrisa di romanità e bellezza. E anche di quell’identità popolare che, nella notte del Piccolo America, permette di incontrare un importante cardinale nelle semplici vesti di don Matteo.

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