Zuccolini: “La pace si costruisce giorno per giorno”

La guerra distrugge, la pace è duratura. Questo è il senso delle parole del portavoce della Comunità di Sant’Egidio in occasione della 59esima Giornata mondiale della pace

Nell'immagine: in alto a sinistra Roberto Zuccolini (foto © Paola Onofri/Imagoeconomica); Foto di Artem Podrez: https://www.pexels.com/it-it/foto/uccello-mano-animale-becco-7048694/

Non bisogna rassegnarsi alle guerre né alla narrazione che viene fatta di questo ‘tempo della forza’ dove sembra che chi parla di pace viene ridicolizzato, come ha detto il Papa, perché non la si ritiene una via percorribile. Per noi costruire la pace è invece la strada più realistica per il mondo, mentre la follia permanente della guerra lo impoverisce, anche a causa del grande aumento della spesa militare a livello globale, cresciuta del 9,4% nel 2024”. Il portavoce della Comunità di Sant’Egidio Roberto Zuccolini parla a Interris.it in occasione della 59esima Giornata mondiale della pace che si celebra oggi, primo gennaio. L’“Onu di Trastevere”, com’è ribattezzata l’organizzazione, in questa data organizza manifestazioni, marce e iniziative pubbliche in Italia e nel mondo per ricordare i luoghi ancora teatro di scontri, violenze, tensioni e guerre. Una testimonianza importante al tempo della “terza guerra mondiale a pezzi”, dove il numero di conflitti in corso ha raggiunto il numero più alto degli ultimi ottant’anni.

L’intervista

Perché dobbiamo “osare la pace”, per riprendere il titolo di un vostro recente incontro internazionale?

“Perché la guerra non ha mai portato bene per il mondo, distrugge e crea fratture a volte insanabili, mentre la pace si costruisce giorno per giorno ed è qualcosa che dura. Il realismo non è rispondere al fuoco con il fuoco, ma far incontrare le parti perché se non si parla con il nemico non si arriva alla pace. Alla pace si sussurra ‘per sempre’ mentre al male si grida ‘basta’, ha scritto il Papa, e al nostro meeting di ottobre l’ho sentito dire ‘basta guerre’ a gran voce”.

Papa Leone XIV ha parlato fin da subito di pace, appena salito al soglio pontificio. Cosa l’ha colpita del suo Messaggio per la giornata di oggi?

“Le sue prime parole hanno segnato la cifra del suo pontificato dall’inizio e di recente le ha ribadite per fare il punto della situazione che il mondo sta attraversando e perché raccoglie l’aspirazione alla pace. La sua lettura della ‘pace disarmata’, che discende dall’episodio del Vangelo in cui Gesù ordina a Pietro di rimettere la spada nel fodero, offre nuove possibilità di risposta alla nostra drammatica attualità, in cui si pensa che si debba rispondere alle emergenze con il riarmo e la deterrenza. Leone si rifà anche lo Spirito di Assisi quando dice che le religioni non devono benedire il nazionalismo né giustificare la lotta armata, perché è l’incontro che porta alla pace. Com’è successo, per fare un esempio, in Mozambico nel 1992”.

Fa riferimento agli accordi di pace che hanno messo fine a una lunga guerra civile nel Paese africano, arrivati dopo il processo negoziale in cui è stata fondamentale la Sant’Egidio. Oltre trent’anni dopo, dove opera la Comunità oggi?

“Siamo in 70 Paesi del mondo, tra cui una trentina nel continente africano, cercando di portare la pace anche nella vita quotidiana con l’accoglienza dei poveri, dei fragili, dei rifugiati, salvando dall’arruolamento tanti ‘bambini di strada’. Siamo attivi nella mediazione in Sud Sudan e in Ciad, dove uno dei gruppi militari di opposizione al governo è si impegnato a non utilizzare mine antiuomo, compiendo un passo importante per la difesa della vita. In Ucraina le nostre comunità hanno aperto centri per sfollati dal fronte del Donbass dove, con l’aiuto dell’Italia e dei Paesi dell’Unione europea, li aiutano a diventare a loro volta attori di pace, solidali e accoglienti nei confronti degli altri che fuggono dalla guerra. Una catena di solidarietà importante nel buio che quel Paese vive da quasi quattro anni”.

Nel 2026 ricorrono i dieci anni dall’apertura dei vostri corridoi umanitari. Quanto sono importanti questi canali sicuri per salvare vite e consentire accoglienza e integrazione?

“Sono nati dallo sdegno di fronte ai morti di Lampedusa del 2013 e in questo periodo hanno salvato oltre 8mila persone in fuga dagli orrori della guerra, consentendogli di arrivare in Europa in sicurezza. I corridoi umanitari rappresentano una risposta importante, oltre che per gli accordi con lo Stato che li rendono possibili, per la mobilitazione della società civile e all’apporto dei volontari, che hanno dimostrato di non rassegnarsi ai morti in mare. Sono anche un modello di integrazione, perché prepariamo le comunità di accoglienza dove poi loro vanno a scuola e imparano la lingua italiana, rendendosi autonomi nel giro di un anno o due. L’immigrazione va gestita, soprattutto in un Paese come il nostro che perde ogni anno centomila unità, perché una società che invecchia è meno capace di inventarsi il futuro”.

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