Villa (Ispi): “Senza l’Onu il mondo sarebbe più caotico”

Nella Giornata mondiale delle Nazioni unite, a otto decenni dall'entrata in vigore dello statuto, l’intervista di Interris.it al ricercatore di Ispi Matteo Villa sull'importanza di questa organizzazione

Nell'immagine: a sinistra foto di Bernd Saße da Pixabay, a destra Matteo Villa (Foto © Ispi)

Il mondo sarebbe più caotico e diseguale senza l’Organizzazione delle Nazioni unite, il Palazzo di Vetro a New York è il principale luogo in cui la comunità internazionale si incontra per parlare e cercare soluzioni ai problemi globali. L’Onu, esemplare di spazio per il dialogo quasi unico, ha però una debolezza strutturale. “Le nazioni non sono mai state veramente unite, ognuna tutela la propria sovranità e i propri interessi”, dice Matteo Villa, ricercatore dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), “così per ‘tenere dentro tutti’ si concedono privilegi, perdendo efficacia”. Nel corso della sua analisi con Interris.it sui “primi” ottant’anni delle Nazioni unite, l’entrata in vigore dello statuto risale al 24 ottobre 1945, sottolinea che “senza l’Onu il mondo potrebbe essere anche peggiore, dobbiamo lavorare con quello che abbiamo”.

Palazzo di Vetro (foto di Filip Filipović da Pixabay)

Secondo tentativo

Le Nazioni unite nascono da un fallimento, quello della prima organizzazione internazionale che doveva evitare i conflitti, la Società delle nazioni. Dopo la Seconda guerra mondiale, la comunità internazionale riprova a dare vita a un’istituzione che promuovesse il dialogo, la pace e lo sviluppo. “L’Assemblea generale delle Nazioni unite, che si riunisce solitamente a settembre, è l’unico momento in cui ci si trova tutti insieme e si parla”, continua lo studioso. “Quando critichiamo l’Onu commettiamo un errore, perché l’organizzazione funziona solo se tutti gli Stati sono d’accordo che la pace è importante”, aggiunge, “ma negli ultimi anni lo scenario si è frammentato”.

Multilaterale e multipolare

Il multilateralismo, la collaborazione tra Stati per raggiungere obiettivi comuni, a traino prevalentemente occidentale, è sfidato dall’ascesa dei Paesi emergenti che rendono il mondo multipolare, dove tanti attori vogliono avere voce in capitolo. “Una dimensione conflittuale che mina il dialogo”, commenta Villa. Da un lato era inevitabile vista la forte crescita economica di Cina e India, dall’altro anche l’Occidente ha le sue responsabilità. “Spesso questi Paesi non sono stati invitati a far parte delle istituzioni internazionali, ci sono voluti decenni prima che si consentisse alla Cina di poter contribuire maggiormente al bilancio delle Nazioni unite”, spiega l’analista.

Papa
Foto Dati Bendo (Imagoeconomica)

Spinta propulsiva

Se dopo la seconda metà nel XX secolo non si sono più avuto grandi conflitti, papa Francesco ha denunciato più volte la “terza guerra mondiale a pezzi”, di fronte a cui le Nazioni unite sembrano scarsamente efficaci. “Se le parti coinvolte non scelgono la strada della diplomazia, per l’Onu non c’è niente da fare”, continua l’esperto di Ispi, “inoltre oggi potenze come Stati Uniti e Cina, ma anche i Paesi emergenti del Golfo, cercano di influenzare i conflitti locali secondo i propri interessi, rendendo più difficile fermarli”. La linea d’azione dipende dagli Stati membri anche per quanto riguarda la cooperazione internazionale, il contrasto alle diseguaglianze, la crisi climatica. “Le Nazioni unite fungono da spinta propulsiva, ma non è sufficiente se poi i singoli remano contro”.

Presente e futuro

Sono passati otto decenni dalla decisione di unirsi, partendo dai 51 membri di allora ai 193 di oggi, per evitare nuove guerre, riaffermare i diritti umani e promuovere il progresso sociale. Valori ancora attuali, a cui si aggiungono nuovi obiettivi come lo sviluppo sostenibile. C’è chi suggerisce di riformare le Nazioni unite, senza che finora si sia proceduto in qualche direzione. Chiediamo a Villa se la Carta dell’Onu va aggiornata. “Le proposte di riforma sono tante, ma finché non c’è unanimità non se ne fa nulla”, risponde, “mentre riaprire lo Statuto delle Nazioni unite potrebbe rischiare di indebolirlo”. Meglio tenersi quello che funziona. “Dobbiamo insistere con la diplomazia e lavorare con quello che abbiamo, anche se lo percepiamo piccolo e inefficace. Se il mondo non è peggiore di come potrebbe essere è anche grazie all’Onu, senza sarebbe ancora più disordinato e caotico”, conclude l’analista. Magari tra ottant’anni vedremo com’è andata.

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