A oltre una settimana dal devastante terremoto che ha colpito il Venezuela, causando migliaia di vittime, il Paese continua a fare i conti con una crisi umanitaria destinata a protrarsi nel tempo. Mentre proseguono le operazioni di ricerca dei dispersi e l’assistenza agli sfollati, emergono le difficoltà di coordinamento dei soccorsi, le profonde disuguaglianze territoriali e il ruolo decisivo della solidarietà dal basso. Per analizzare la situazione attuale e le prospettive della ricostruzione, Interris.it ha intervistato il dottor Estefano Jesùs Soler Tamburrini, intellettuale venezuelano ed ex operatore Caritas, che offre una lettura delle sfide umanitarie e sociali che attendono il Paese.
L’intervista
Dottor Tamburrini, qual è la situazione umanitaria in Venezuela dopo il sisma?
“La risposta nelle prime ore è stata più lenta e meno efficace di quanto ci si aspettasse. Lo Stato non era preparato a una catastrofe di questa portata. Le difficoltà di accesso alle aree colpite, tra macerie, edifici crollati e strade impraticabili, si sono sommate agli anni di disinvestimenti nella protezione civile e nei vigili del fuoco. Anche i soccorsi internazionali hanno risentito della mancanza di una regia comune: squadre provenienti da diversi Paesi hanno operato senza un coordinamento efficace, con carenze anche sul piano linguistico, rallentando gli interventi”.
Il rischio di una crisi umanitaria è concreto..
“Sì, si sta profilando una crisi umanitaria destinata a durare. Quando l’attenzione mediatica diminuirà, emergeranno con maggiore forza i problemi della ricostruzione, della gestione delle vittime e dell’assistenza ai milioni di persone colpite, molte delle quali rischiano di diventare sfollati interni o di lasciare il Paese”.
In questo scenario la mobilitazione dal basso è stata fondamentale..
“Si, accanto a queste criticità, però, è emersa una straordinaria mobilitazione dal basso. Molti cittadini hanno partecipato spontaneamente ai soccorsi, rischiando la propria vita per salvare altre persone. Fondamentale anche il ruolo della Chiesa cattolica, che attraverso le diocesi e la Caritas ha organizzato la raccolta e la distribuzione degli aiuti, diventando un punto di riferimento per una popolazione che oggi fatica a riconoscersi nelle istituzioni”.
Quali sono le aree maggiormente colpite dal terremoto e quali sono i bisogni più urgenti?
“L’attenzione si è concentrata soprattutto su La Guaira, dove lo scenario è stato descritto come simile a quello di una guerra. Migliaia di persone risultano ancora disperse sotto le macerie e la gestione delle vittime ha richiesto l’allestimento di obitori temporanei. Nonostante gli aiuti arrivati, i soccorsi restano insufficienti. In alcuni casi le risorse si sono concentrate nelle aree più influenti, mentre i quartieri popolari hanno dovuto organizzarsi autonomamente, noleggiando mezzi per rimuovere le macerie e cercare i propri familiari”.
Dal punto di vista geografico, sono emerse alcune diseguaglianze..
“Sì, esiste una disuguaglianza di carattere geografico. Oltre a La Guaira e Caracas, anche Stati come Aragua, Falcón e Yaracuy hanno subito gravi danni, ma ricevono molta meno attenzione. Sono territori dove la presenza dello Stato continua a essere insufficiente e dove i bisogni umanitari restano enormi”.
Che messaggio vorrebbe lanciare alla popolazione colpita dal terremoto?
“In queste ore difficili il Venezuela sta mostrando il suo volto migliore. Un Paese profondamente diviso è riuscito a ritrovarsi nella solidarietà e nell’impegno per il bene comune. È ciò che Papa Francesco definiva ‘popolo’: una comunità capace di unirsi per colmare le lacune delle istituzioni. Penso alla storia di un padre e nonno che, dopo aver perso la figlia e due nipoti, ha continuato a scavare tra le macerie per salvare amici e vicini. È il simbolo di un popolo che, pur nel dolore, non si arrende”.
Il Venezuela, oggi, è un esempio di solidarietà..
“Sì. Il Venezuela oggi è un Paese in lutto, ma anche un Paese che continua a cercare i propri dispersi e a non perdere la speranza. Dopo anni in cui è stato raccontato quasi esclusivamente attraverso crisi e migrazioni, sta offrendo al mondo un esempio di solidarietà e resilienza che merita di essere riconosciuto”.

