In dialogo con la Cina nel segno del Concilio di Shanghai. L’Accordo provvisorio del 22 settembre 2018 tra Santa Sede e Repubblica popolare cinese, dopo settant’anni di aspro conflitto, è uno degli eventi più importanti del pontificato di papa Francesco, sotto il profilo sia ecclesiale sia geopolitico. Jorge Mario Bergoglio è riuscito a superare le pesanti eredità storiche del colonialismo europeo e della guerra fredda, resistendo anche alle pressioni legate alla contrapposizione tra l’Occidente e la Cina. Questo Accordo mostra quanto lontano – sotto il profilo geografico, politico, culturale, antropologico ecc. – può giungere la “Chiesa in uscita” sempre più proiettata verso una nuova collocazione nel mondo del XXI secolo. “Il Papa è il capo spirituale di tutti i cattolici del mondo, qualunque sia la loro nazione. L’obbedienza al Papa non diminuisce, ma purifica e ravviva l’amore per la propria patria”, ha ricordato il segretario di Stato vaticano. Il cardinale Pietro Parolin è intervenuto alla Pontificia Università Urbaniana a un atto accademico che commemorava il Concilio di Cina tenutosi a Shanghai nel maggio-giugno 1924 per avviare un processo di “decolonizzazione” della Chiesa cattolica in Cina.

Cina-Vaticano
L’obiettivo era formare una chiesa guidata da clero e vescovi cinesi, non più missionaria ma locale e “cinese”. L’evento fu voluto dal delegato apostolico Celso Costantini e diede inizio a un percorso di localizzazione e inculturazione ecclesiastica, con risultati visibili l’anno successivo, come la consacrazione dei primi vescovi cinesi a Roma nel 1926. “Il Papa desidera che i cattolici cinesi amino il loro Paese e siano i migliori dei cittadini”, ha sottolineato il cardinale Parolin. All’Università Urbaniana, sulle pendici del Gianicolo, il porporato ha ripercorso la lunga storia dei rapporti tra la Santa Sede e la Cina, definendo l’attuale accordo sulle nomine episcopali “un passo in un cammino di discernimento, tessuto di realismo, pazienza e fiducia“. Un cammino, ha ricordato il segretario di Stato vaticano, “è iniziato oltre un secolo fa con il Concilio di Shanghai ed è tuttora in corso, sotto lo sguardo della fede e nella speranza che non delude”. Il cardinale Parolin, riferisce l’Agi, ha voluto anzitutto collocare l’intesa con Pechino – siglata nel 2018 e rinnovata tre volte sotto il pontificato di Papa Francesco – all’interno di una prospettiva storica ed ecclesiale più ampia. Ricordando che “non si tratta di uno strumento perfetto, né pretende di risolvere tutti i problemi”, ma di un mezzo pastorale da verificare nel tempo.

Seme di speranza
“Qualcuno può giudicarne i risultati deludenti – ha aggiunto il cardinale – ma credo che vada visto come un seme di speranza, capace di generare frutti di annuncio evangelico, di comunione con la Chiesa universale e di autentica vita cristiana”. Il cardinale ha evocato le parole di Francesco nel videomessaggio inviato in occasione del convegno dell’anno scorso, sempre all’Urbaniana, sul Concilio di Shanghai. Ricordando che “il Signore ha custodito lungo il cammino la fede del popolo in Cina“. Una fede che “è stata la bussola che ha indicato la via in tutto questo tempo”. Chi segue Gesù, ha aggiunto il cardinale Parolin, “ama la pace e cammina insieme a tutti coloro che operano per la pace, anche in un’epoca segnata da forze disumane che sembrano voler accelerare la fine del mondo“. Particolarmente esperto di questioni riguardanti l’area mediorientale e, più in generale, la realtà geopolitica del continente asiatico, monsignor Parolin ha lavorato in particolare per tessere e rafforzare i rapporti tra Santa Sede e Vietnam. Ha fatto parte delle delegazioni della Santa Sede che si sono recate nel Paese tra l’aprile e il maggio 2004, nel marzo 2007 e nel febbraio 2009, quando si riunì per la prima volta il gruppo di lavoro congiunto sulle relazioni diplomatiche bilaterali. Mentre tra giugno e luglio 2005 ha condotto in Vaticano alcune sessioni di lavoro con una delegazione della commissione governativa vietnamita per gli affari religiosi in visita alla Santa Sede. Ha contribuito anche a rilanciare il dialogo tra israeliani e palestinesi, convinto della necessità di un impegno condiviso per creare le condizioni di una pace giusta e duratura. Nel dicembre 2008 è stato alla guida della delegazione che partecipò ai lavori della Commissione bilaterale permanente tra la Santa Sede e lo Stato di Israele, riunita per portare avanti i negoziati tra le due parti dopo l’Accordo fondamentale sancito nel 1993.

Ad Apostolorum Principis
Il segretario di Stato ha ripercorso i passaggi storici che hanno segnato il rapporto tra la Chiesa cattolica e la Cina, il cardinale Parolin ha ricordato la missione di Celso Costantini – primo delegato apostolico nel Paese – e la svolta rappresentata dal Concilio di Shanghai del 1924, che pose le basi per una Chiesa cinese pienamente inculturata. Tuttavia, “gli eventi del secolo scorso, culminati nella rivoluzione culturale, produssero lacerazioni profonde nella comunità cattolica, sfociate nella prassi delle ordinazioni episcopali senza mandato pontificio“. In questo contesto, ha ricordato Parolin, “Pio XII, nell’enciclica Ad Apostolorum Principis del 1958, pur ribadendo la gravità delle ordinazioni illegittime, non utilizzò mai il termine “scisma”, e invitò i cattolici cinesi ad amare la propria patria e a rispettarne le leggi, quando non contrarie alla fede cristiana”. Parole che – ha osservato – conservano una sorprendente attualità. Oggi, ha detto il Segretario di Stato, la comunità cattolica in Cina “si presenta come un piccolo gregge pienamente integrato nella vita della nazione, che non si sente corpo estraneo né portatrice di una religione straniera“.

Segnali di vivacità
Nonostante le difficoltà e le sofferenze, ha aggiunto, “giungono segnali di vivacità: celebrazioni partecipate, opere di carità, percorsi missionari che testimoniano la volontà di essere utili al proprio Paese e fedeli al Vangelo”. Il cardinale Parolin ha definito “una condizione quasi costitutiva della Chiesa pellegrinante nella storia” quella di avanzare tra prove e fatiche, ma sempre con lo sguardo rivolto alla comunione. “In più di un secolo di cammino – ha detto – tutti, anche nei momenti più duri, hanno cercato la via del perdono, della riconciliazione e dell’unità, per guarire le ferite e camminare insieme”. Il cardinale ha poi fatto riferimento alla “Lettera ai cattolici cinesi” di Benedetto XVI del 2007.Documento che ha rappresentato “la sintesi più alta del magistero pontificio sul tema”. E che ha fornito la cornice spirituale e teologica in cui è maturato l’attuale accordo provvisorio con la Repubblica Popolare Cinese.

